Auto cross-country: tutti i pregi e i difetti

Mercedes Classe E: prezzo, dimensioni e prova su strada 32

Le vetture cross-country nascono sulla base di modelli station-wagon, opportunamente modificati per affrontare con facilità anche qualche tratto di sterrato. Sono caratterizzate dalle protezioni nella parte bassa della carrozzeria, l’assetto rialzato e la trazione integrale. Questo tipo di vettura è una via di mezzo fra una familiare, un fuoristrada e un Suv: conserva intatte le qualità della classica familiare, alle quali affianca una motricità e un’altezza da terra che le permettono di non sfigurare al cospetto dei modelli pensati invece per muoversi lontano dall’asfalto.

Il successo commerciale delle cross-country ci riporta agli anni ’90, con Subaru che propone la Outback, seguita poco dopo da Volvo con la V70 Cross Country, vetture che uniscono i vantaggi della station-wagon per quanto riguarda spazio di carico e guidabilità con un allestimento ideale per viaggiare anche sullo sterrato.

Audi A6 allroad: prezzi, caratteristiche e caratteristiche

La svolta arriva con l’Audi A6 Allroad

Il salto di qualità di questo tipo di auto arriva nel 2000, grazie all’Audi A6 Allroad Quattro, che offre sospensioni pneumatiche ad altezza variabile e riduttore sui modelli con cambio manuale. Dopo l’arrivo della vettura tedesca, l’offerta di auto cross-country aumenta: la Peugeot 508 Rxh è la prima ibrida della categoria; Volvo, che è stata una pioniera, invece propone la versione rialzata di tutte le station-wagon della propria gamma, pur avendo a listino una famiglia completa di Suv come XC40, XC60 e XC90. Tra le cross-country compatte, l’auto più iconica è stata la Skoda Octavia Wagon 4×4 Scout.

Gli stessi vantaggi della familiare

Una vettura cross-country è caratterizzata dalle stesse qualità di una station-wagon, ma va considerato che la trazione integrale, in alcuni casi, può togliere spazio al bagagliaio, generalmente al doppio fondo.

L’assetto rialzato, che di solito non supera i 20 millimetri rispetto alla versione station-wagon, mette l’auto al sicuro da sassi e altri ostacoli presenti lungo la strada, tenendo anche conto che, in vari modelli, l’allestimento cross-country prevede alcuni elementi di rinforzo in plastica e protezioni sottoscocca di serie o come optional. In più, molti modelli possono avere programmi di guida dedicati al fuoristrada.

I sacrifici sono pochi

Viste le dotazioni specifiche, questo tipo di auto può essere un po’ più cara del modello standard dal quale deriva; mentre la differenza dal punto di vista dei consumi è minima. I centimetri di altezza in più, la rendono maggiormente soggetta al rollio, in virtù anche del fatto che l’assetto non deve essere troppo rigido dato che è pensata per disimpegnarsi anche sullo sterrato.

Auto cross-country: i pregi

Come detto, una vettura cross-country offre lo stesso spazio e la stessa praticità dell’equivalente station-wagon. In più ha una mobilità superiore rispetto al modello a guida bassa e peso e consumi più contenuti di un Suv; il prezzo, invece, è in linea con quello delle familiari.

Auto cross-country: i difetti

Il peso e i consumi sono leggermente superiori a quelli delle classiche station-wagon; mentre l’assetto è meno preciso delle “sorelle” dalle quali derivano.

Plastiche riciclate: sempre più presenti in auto

Mercedes Classe E: prezzo, dimensioni e prova su strada 36

La plastica riciclata entra nel mondo automotive e si accomoda a bordo di un numero sempre crescente di veicoli. Merito anche di nuove norme e leggi che stabiliscono l’aumento dell’impiego di materiali riciclati e riciclabili per la realizzazione delle nuove auto.

Alla luce di questi cambiamenti, sempre più case automobilistiche si sono impegnate in campagne per la pulizia di oceani e ambienti naturali dai rifiuti in plastica, con lo scopo sia di reperire la materia prima per la produzione di auto, sia per dare un’immagine più ecologica ai prodotti. In più grazie all’aumento della domanda, è cresciuta anche la capacità di recuperare rifiuti che fino a poco tempo fa erano difficili da smaltire.

Con il riciclo diminuisce anche la CO2

L’abbandono dell’impiego dei materiali di origine animale, come la pelle naturale, per far posto a tessuti sintetici interamente riciclati, nella realizzazione di alcune vetture ha portato vari benefici per le case automobilistiche. Dall’inizio di quest’anno tutte le auto elettriche Volkswagen I.D. hanno rivestimenti in tessuto Seaqual, ottenuto da materiali recuperati in mare e pet riciclato da bottiglie di plastica: questo processo produttivo, secondo il gruppo tedesco, genera oltre il 30% di emissioni in meno rispetto al ricorso ai tessuti e ai rivestimenti classici.

Anche Seat, Skoda e Dacia hanno seguito questa strada. In particolare Dacia ha fatto sapere che nella futura generazione di Duster, la percentuale di plastica riciclata impiegata salirà dall’attuale 12% al 20% e che contribuirà a far risparmiare sulle emissioni di CO2 e sulle materie prime, permettendo al marchio del gruppo Renault di contenere i costi. Hyundai ha da tempo abbracciato la svolta etica, prendendo parte al programma Healthy Seas, che organizza spedizioni con sommozzatori volontari per ripulire interi tratti di coste e fondali marini da vecchie reti da pesca abbandonate, che vengono impiegate per ottenere filati sintetici da usare nei rivestimenti di alcune auto, come le elettriche della famiglia Ioniq.

Renault Scenic: prezzi, dimensioni e caratteristiche 12

Prossimo obiettivo, il recupero delle plastiche più complesse

Al momento la maggior parte della plastica riciclata è il PET (polietilene tereftalato), un poliestere ampiamente diffuso e usato nella realizzazione di bottiglie e di altri contenitori a uso alimentare. Ma ci sono contenitori, come i flaconi e altri tipi di imballaggi, formati da plastiche di diversa composizione che fino a poco fa era impossibile recuperare. La crescente richiesta di materiali di riciclo, ha portato vari ricercatori a studiare soluzioni per riuscire a recuperare anche le plastiche dalla composizione più complessa: un articolo pubblicato da poco su Innovation News Network parla di varie ricerche in atto. Le plastiche a bassa qualità vengono trattate con processi chimici che estraggono biogas e trasformano il resto in materiale base per usi edilizi (asfalto e fondi stradali); a questo vanno aggiunte alcune ricerche per estrarre materiali riutilizzabili da plastiche non compatibili con i processi di riciclo utilizzati fino a ora.

Gli esperti dell’università dello stato dell’Iowa stanno portano avanti un processo, finanziato con il contributo triennale di 2,5 milioni di dollari dal Dipartimento dell’Energia degli Usa, che si basa sul plasma con cui scomporre e rendere recuperabili alcune materie plastiche. La tecnica sviluppata dai ricercatori statunitensi impiega un campo elettrico per caricare gli elettroni e utilizzarli come proiettili per spezzare i legami chimici tra le materie di base e trasformare pellicole di plastica monouso come sacchetti, imballaggi e contenitori per alimenti in materiale plastico biodegradabile riutilizzabile nei processi industriali, ottenendo risparmi in termini economici e di emissioni di CO2.

Auto divenute icona: BMW M3

BMW M3: prezzo, dimensioni e caratteristiche 3

La BMW M3 oggi è giunta alla sesta generazione, ma il mito è iniziato nel 1985 con la M3 E30, la versione più amata di sempre che ha fatto nascere la leggenda delle vetture sportive della casa di Monaco di Baviera. La sigla M, nella gamma del costruttore tedesco, sta a indicare i modelli elaborati dal reparto Motorsport. La M3 affianca l’Audi Quattro e la Mercedes 190 Evoluzione per formare il trio che negli anni ’80 ha inaugurato la tradizione di vetture medie dalla marcata vocazione sportiva. La BMW M3, in particolare, per tutti gli appassionati, è il modello che ha dato il via alla dinastia M in generale, anche se in realtà prima di lei ci sono state la M1 e la M5, ma tanta è la popolarità della derivata dalla Serie 3 da essere quasi definita la capostipite di un’era.

Auto divenute icona: BMW M3

Tutto inizia con la voglia di primeggiare in DTM

La prima BMW M3 arriva per contrastare altre auto stradali dalle alte prestazioni, come la Mercedes 190 2.3-16, che rappresentano la base per l’omologazione delle versioni con cui gareggiare nei campionati per vetture turismo Gruppo A. I vertici di BMW vogliono tornare protagonisti nel campionato DTM: nasce così la M3, dalla quale sarebbe derivata la variante per le corse omologata con specifiche tecniche di Gruppo A. La sportiva si basa sulla seconda generazione della Serie 3, siglata E30, ed è una berlina a due porte lunga poco più di 4,3 metri e con un passo di 2,56 e non una coupé, che arriverà solo con la seconda generazione, la E36. La M3, rispetto alla serie 3, ha il telaio rivisitato, carreggiate ampliate e parafanghi bombati, coperchio del bagagliaio con un alettone, montanti posteriori e, ovviamente, un motore da corsa.

Il primo motore 16V su una Serie 3

Il propulsore della M3 si basa sul 2 litri di Formula 2, con cilindrata portata a 2,3 litri, e con la nuova testata a 16V, la prima utilizzata su un modello della Serie 3. Grazie a questi accorgimenti, il motore è in grado di erogare 200 CV a 6.750 giri (5 CV in meno nella versione catalizzata) e di far raggiungere alla M3 i 235 km/h con 0-100 in meno di 7 secondi. L’auto pesa soltanto 1.200 kg e ha il cambio manuale a 5 marce e differenziale autobloccante al 25%.

Più CV con le versioni Evo

Nel caso della M3 successi sportivi ed evoluzione tecnica sono sempre andati a braccetto: già nel 1988 arriva un sostanziale aggiornamento meccanico, che aumenta la potenza massima di una ventina di CV. La versione catalizzata arriva a 215 CV e viene denominata “Evolution” o più semplicemente Evo I. Quella senza catalizzatore, detta Evo II, garantisce prestazioni analoghe: tutte e due raggiungono i 240 km/h e sono caratterizzate da ruote con cerchi da 16 x 7,5 pollici, lunotto e finestrini più sottili e leggeri, splitter anteriore più grande e spoiler posteriore aggiuntivo.

Nel 1989 arrivano la cabriolet e la Sport Evolution

Un anno dopo le prime Evo, è l’ora della prima e unica modifica alla carrozzeria: la M3 cabriolet ha il motore meno potente della M3 prima serie, quello da 200 CV, che in ogni caso è in grado di farle raggiungere i 228 km/h. Novità anche per la berlina, che si arricchisce di una Evoluzione in edizione limitata, dovuta alla necessità di dover omologare una nuova versione da competizione. La Sport Evolution, chiamata anche Evo III, è dotata di motore da 2,5 litri e 238 CV a 7.000 giri e particolari dedicati, come splitter anteriore regolabile e alettone più grande, griglia del paraurti maggiorata e, in sostituzione dei fendinebbia, condotti per ventilare meglio i freni.

Auto divenute icona: BMW M3 1

Nel 1993 è l’ora della seconda generazione

La M3 E30 resta in produzione fino al 1992 e lascia il posto, a partire dall’anno seguente, alla versione basata sulla E36. La nuova M3 è una vera coupé a 6 cilindri, anche se per tutti gli appassionati il vero e unico mito resta la prima generazione. La nuova M3 è spinta dal 6 cilindri in linea da 2.990 cc da 286 CV, che la porta fino alla velocità massima dichiarata di 250 km/h (autolimitata elettronicamente) con uno scatto da 0 a 100 km/h in 5.7”. Questi numeri fanno della M3 E36 un punto di riferimento fra le vetture ad alte prestazioni di fascia medio-alta.

BMW M3 E46

Niente berlina con la terza generazione

Nel 2000 debutta la terza generazione, la M3 E46, prodotta in versione coupé e cabrio, ma non berlina, dato il minor successo commerciale di questa carrozzeria. È dotata di nuovo motore a 6 cilindri da 3,2 litri con una potenza di 343 CV a 7.900 giri/min e una coppia di 365 Nm a 4.900 giri/min, raggiunge i 250 km/h autolimitati e accelera da 0 a 100 km/h in 5,2 secondi. A livello estetico è più vistosa della serie precedente, con parafanghi allargati, bombatura del cofano anteriore, branchie laterali sui parafanghi anteriori con logo M3 e i quattro terminali di scarico, per la prima volta montati su una M3.

BMW Serie M3

Nel 2007 arriva il motore a 8 cilindri

La quarta generazione, prodotta dal 2007 al 2013, è caratterizzata da soluzioni tecniche e meccaniche all’avanguardia ispirate alla Formula 1. Il motore a 6 cilindri lascia spazio a un 8 cilindri a V da 3.999 cm cubici e 420 CV con una coppia di 400 Nm a 3900 giri/min ed è caratterizzato da soluzioni tipiche di una vettura da competizione, come una valvola a farfalla per ogni cilindro, cosa molto rara per un motore di serie. La velocità massima è di 250 km/h limitati elettronicamente e lo scatto da 0 a 100 km/h è di 4”8 per la versione con cambio manuale a sei marce e 4”6 per quella con il cambio sequenziale DKG.

BMW M3: prezzo, dimensioni e caratteristiche 9

Dal ritorno del 6 cilindri alla novità station-wagon

La quinta generazione, la M3 F80 è prodotta dal 2014 al 2018, solo con carrozzeria berlina 4 porte; mentre la coupé viene chiamata M4. La F80 vede il ritorno di un motore a 6 cilindri in linea, un 3 litri biturbo da 431 CV: è la prima volta in cui una M3 di serie viene equipaggiata con un motore sovralimentato. Nel 2020 viene presentata la G80, la sesta generazione della M3, basata sulla settima generazione della Serie 3 lanciata due anni prima. Anche in questo caso, la versione coupé viene indicata con il nome M4, giunta alla seconda generazione. Per la prima volta la M3 viene prevista anche come station wagon, disponibile solo in versione Competition con trazione integrale e cambio automatico. L’attuale M3 è spinta da un motore da 3 litri biturbo 6 cilindri in linea da 480 CV e 550 Nm di coppia massima per la M3 di base del 2020 e da 510 CV e 650 Nm per la versione Competition. Altra novità, a partire dal 2021, l’arrivo di un’inedita versione a trazione integrale, per la prima volta disponibile su una M3.

Auto spider: tutti i pregi e i difetti

BMW Z4: prezzo, dimensioni e caratteristiche

Libertà e sportività vanno a braccetto a bordo delle “spider”, le piccole sportive decapottabili a due posti, la tipologia ideale di auto per chi vuole togliersi uno sfizio e regalarsi un modo diverso di vivere l’auto. Un qualcosa di ancora più intimo rispetto alla classica decapottabile a 4 posti, che si differenzia dalla spider per i due posti in più, anche se in molti modelli cabriolet in realtà i sedili posteriori sono spesso molto angusti. Al pari delle sorelle maggiori cabrio, anche le spider rappresentano una nicchia di mercato, pur potendo contare su tanti modelli, anche iconici, come Porsche Boxster, Jaguar F-Type, BMW Z4, Audi TT, a cui vanno aggiunte le varie Lotus, Lamborghini e Ferrari e la roadster più venduta al mondo, la Mazda MX-5.

Spider e roadster, due nomi per la stessa auto

I due inglesismi vengono utilizzati indistintamente per definire la piccola decappottabile a due posti d’impronta sportiva, anche se, in realtà, non sarebbero proprio sinonimi. Il termine roadster indica una vettura con doti più tecniche e che privilegia le prestazioni; spider, invece, dà l’idea di maggiore eleganza e si ricollega a una vettura da passeggio. Nella realtà, praticamente nessuno fa caso a questa differenza e le stesse case automobilistiche usano le due parole a seconda degli obiettivi di mercato e della tradizione del marchio.

“Spider” in inglese vuol dire ragno, ma in ambito automobilistico questo termine è usato principalmente in Italia e, molto spesso, viene confuso con cabriolet che rappresenta la variante con tetto apribile di una berlina a 4 posti. La spider, invece, ha solo due posti e, di solito, deriva da modelli sportivi, ma può essere anche creata originariamente in quella forma. Gli anglofoni usano l’espressione “roadster”, anche se recentemente molti marchi stranieri hanno adottato il termine spider, in riferimento alle piccole sportive italiane degli anni ’50 e ’60.

Poco spazio non sempre fa rima con scomodità

Il fatto che sia piccola e abbia soltanto due posti, non per forza è sinonimo di scarsa praticità. La spider bada al sodo, questo sì, anche se il prezzo raramente è contenuto, soprattutto se paragonata ad altri tipi di vetture di dimensioni simili. Come le cabriolet, anche le piccole sportive hanno avuto l’epoca dei tetti metallici ripiegabile, che oggi sono praticamente andati in pensione con l’uscita di scena della Mercedes SLC e con le nuove SL e BMW Z4 che hanno riabbracciato la più pratica ed economica del tetto in tessuto. Un altro aspetto in comune con le decapottabili a 4 posti è il miglior isolamento che, unito alla climatizzazione più evoluta, permette alle spider di essere utilizzate non soltanto durante la bella stagione.

Sono altri fattori a relegare la piccola sportiva scoperta al ruolo di seconda auto della famiglia, come lo spazio limitato a bordo e la bassa capacità di carico, che poco si conciliano con esigenze familiari e di tutti i giorni. Per questo la spider resta, generalmente, uno sfizio occasionale: dimensioni e peso più contenuti rispetto alla cabriolet a 4 posti, garantiscono una guida agile e divertente; l’auto ideale per chi ama le curve e vuole mettere in mostra uno status symbol.

Porsche Boxster: prezzi, dimensioni e scheda tecnica 4

I pregi della spider

Come detto, le piccole decapottabili a due posti assicurano una guida divertente, grazie ai motori prestazionali. In più, hanno un valore residuo elevato e, per via del loro fascino senza tempo, sono l’ideale per chi vuole farsi un regalo e sfoggiare uno status.

I difetti della spider

Gli spazi, ovviamente, sono limitati e penalizzano decisamente l’uso quotidiano di questo tipo di auto. Anche il comfort, in molti modelli, è essenziale; mentre il prezzo di acquisto, solitamente, è elevato.

Auto che non vedremo più: Hyundai Ioniq

Hyundai Ioniq Electric: restyling e nuovi servizi

Una storia breve ma intensa. La Hyundai Ioniq è uscita dai listini a inizio 2023, dopo poco più di sei anni di carriera. Tanti sono bastati a questa berlina per ritagliarsi un ruolo importante per la casa coreana: si tratta di una vera e propria pioniera, la prima auto al mondo a essere disponibile con tre diversi powertrain elettrificati: ibrido, ibrido plug-in e 100% elettrico. La sua importanza è sottolineata oggi dal passaggio di Ioniq da nome di un solo modello a sigla che comprende tutte le auto elettriche del marchio coreano sviluppate sulla piattaforma E-GMP.

La Hyundai Ioniq, entrata in produzione nel 2016, si ispira al concept i-oniq, svelato al Salone dell’Automobile di Ginevra del 2012, e fin da subito è stata apprezzata per l’aerodinamica (coefficiente di resistenza 0,24), che le ha permesso di poter contare su consumi bassi, anche nella versione 100% elettrica. Non sono mancati i premi, nella breve carriera: il Red Dot Design Award e i due Good Design Award consecutivi sono il riconoscimento per l’estetica; a cui si aggiungono i titoli di Auto dell’Anno in Norvegia, Svezia e Francia e due Women’s World Car of the Year Supreme Award. Hyundai ha deciso di fermare la produzione di Ioniq a luglio 2022 per concentrarsi su crossover e suv, i modelli più richiesti dagli automobilisti, e puntare su Ioniq 5, Ioniq 6 e sulla nuova Kona elettrica.

Hyundai Ioniq: prezzi, dimensioni e caratteristiche 10

Hyundai Ioniq ibrida

La berlina coreana, nella versione ibrida, è spinta dal motore elettrico da 65 CV abbinato al 1.6 a benzina da 105 CV, per una potenza combinata di 141 CV e garantisce consumi contenuti, grazie anche all’aerodinamica molto curata. Il comfort di marcia è ottimo, merito anche del cambio a doppia frizione a sei marce che garantisce cambiate fluide e rapide. La batteria ai polimeri di litio, piazzata sotto al divano, ha una garanzia di 8 anni o 200.000 km.

Il modello di accesso alla gamma offre sistemi per il mantenimento della corsia e la frenata automatica, che hanno permesso a Ioniq di conquistare cinque stelle nei test Euro NCAP. A livello di abitabilità, la berlina coreana garantisce grande comfort a tutti e cinque gli occupanti: lo spazio non manca e anche il bagagliaio è abbondante con 443 litri di capacità minima, che cresce fino a 1505 litri abbattendo il divano posteriore.

Hyundai Ioniq ibrida plug-in

La versione ibrida plug-in ha una batteria litio-polimeri da 8,9 kWh che si ricarica grazie all’inerzia dell’auto, e presenta un’ottima dotazione con navigatore, cerchi in lega, cruise control, frenata automatica di emergenza, sensori per l’angolo cieco dei retrovisori, mantenimento in corsia, climatizzazione diviso per zone e sensori di parcheggio anteriori e posteriori con telecamera. Gli interni sono moderni e mescolano sportività ed eleganza. Il bagagliaio ha una capacità minima di 341 litri, che diventano 1.401 abbattendo il sedile posteriore.

Hyundai Ioniq: prezzi, dimensioni e caratteristiche 22

Hyundai Ioniq elettrica

La versione 100% elettrica è spinta da un propulsore a corrente trifase da 136 CV, alimentato da batterie agli ioni di litio situate sotto il divano e sotto il piano di carico, che vede la propria capienza ridotta a 350 e 1.410 litri. L’autonomia con un “pieno” di energia è di 311 km. La Ioniq alla spina pesa 1.420 kg contro i 1.505 della ibrida e, a livello estetico, è caratterizzata dal frontale con mascherina senza prese d’aria e dal lunotto posteriore diviso in due parti. La Ioniq EV offre di serie sei airbag, la frenata automatica di emergenza e l’allarme in caso di fuoriuscita accidentale dalla corsia di marcia; i sensori per l’angolo cieco dei retrovisori, invece, sono previsti soltanto per l’allestimento Style. La carica completa della batteria, alla spina di casa, avviene in 12 ore; mentre scende a 4,5 alle colonnine pubbliche e a 30 minuti alle veloci da 50 kW.

Auto cabrio: tutti i pregi e i difetti

BMW Serie 4 Cabrio, en plein air con tetto in tela

Le auto cabio hanno un fascino particolare, senza tempo. È inutile girarci intorno. Sarà per la sensazione di libertà che regala la guida all’aria aperta o per la linea particolare della carrozzeria, fatto sta che tutti sono stati sedotti da una vettura decappottabile: attori, sportivi, personaggi pubblici e capi di Stato. Ai Vip si aggiungono i tantissimi automobilisti che decidono di togliersi uno sfizio e optare per questo tipo di vettura, mettendo in conto alcuni sacrifici e una spesa maggiore rispetto alla coupé: la cabrio è in assoluto di una delle vetture più costose.

Negli ultimi anni il mercato delle auto scoperte è in leggera frenata, con molte case automobilistiche che hanno ridotto la propria gamma puntando sui modelli più venduti come Suv e crossover e “tagliando” auto più di nicchia come le convertibili, ma non mancano le eccezioni come BMW e Mercedes che continuano a offrire varie soluzioni per chi ama la guida in libertà.

Auto cabrio: tutte le tipologie

Nella prima metà del secolo scorso, tante case automobilistiche realizzavano modelli a due o quattro porte, con un numero variabile di finestrini e capote di ingombro differente, rendendo il listino di questo tipo di auto ricco di alternative. Al giorno d’oggi, con cabriolet (detta anche in italiano decappottabile o convertibile) indichiamo un modello a 4 posti e due porte, che si differenzia dalle “roadster” e “spider”, che nella maggior parte dei casi sono a due posti e non 2+2.

La definizione abbraccia sia le vetture con la capote in tessuto che quelle con il tetto ripiegabile in metallo: quest’ultima configurazione, dopo il successo dei primi anni 2000, è andata via via sparendo a causa dei costi troppo sostenuti e del peso maggiore che aumenta in maniera eccessiva i consumi dell’auto, quanto mai importanti soprattutto in un periodo come quello attuale in cui è cambiato l’utilizzo delle cabriolet. Le auto decapottabili, al pari delle spider, non sono più legate all’impiego stagionale, ma grazie ai nuovi materiali, all’isolamento e alla climatizzazione possono essere usate anche in inverno e nella mezza stagione.

Salone di Francoforte: presentata la Volkswagen T-Roc cabrio

Auto cabrio: lo sfizio ha un prezzo da pagare

Come detto le auto cabrio sono uno sfizio e, come tutti gli sfizi, hanno un costo maggiore rispetto alla corrispondente coupé e alla berlina dalle quali derivano. Quasi sempre la differenza di prezzo è notevole, perché l’allestimento ha bisogno di maggiori accorgimenti, anche dal punto di vista strutturale, e rivestimenti più ricercati che resistano meglio all’esposizione diretta al sole. A tutto questo va aggiunto il meccanismo della capote che, in alcuni casi, ha bisogno di una manutenzione specifica. Un altro limite è lo spazio per i bagagli, in molti casi sacrificato e anche irregolare, con accessi ridotti, soprattutto quando la capote è ripiegata, costringendo chi viaggia in cabrio a utilizzare borsoni morbidi al posto di valige rigide.

Inoltre un’auto decappottabile è sempre più pesante della versione a tetto rigido: in alcuni modelli la differenza può anche superare i 200 kg. Colpa degli accorgimenti dei quali necessita la vettura scoperta, come i maggiori rinforzi alla scocca, le strutture di sicurezza a vista o estraibili in grado di proteggere guidatore e passeggeri in caso di ribaltamento; dotazioni che penalizzano l’auto sul piano della dinamicità e dei consumi. Ci sono le eccezioni che garantiscono buone prestazioni, come le cabriolet BMW M, Mercedes AMG e Audi S ed RS, anche se raramente chi sceglie una decapottabile lo fa per la guida sportiva. Le convertibili sono le vetture ideali per chi ama godersi la bella stagione e la strada, senza la necessità e il desiderio di andare a velocità sostenuta.

Auto cabrio: non mancano le comodità

I punti di forza delle cabriolet non sono solo a livello di emozioni, come la guida all’aria aperta e il fascino che ne consegue, ma anche di carattere pratico. Per entrare nell’abitacolo, quando il tetto è aperto, non c’è bisogno di piegarsi come in un modello a tetto rigido e l’omologazione a quattro posti permette di viaggiare in maniera più confortevole a chi siede nel sedile posteriore. Non mancano le eccezioni, come le vetture di dimensioni ridotte, che presentano spazio limitato per le gambe nel sedile posteriore.

Auto cabrio: i pregi

L’esclusività è il punto di forza di queste auto, a cui va sommata l’immagine senza tempo e piena di romanticismo. Nei modelli recenti è aumentano notevolmente il comfort, che non è più sacrificato come in passato. Inoltre il valore residuo è mediamente più alto rispetto ad altri tipi di vetture.

Auto cabrio: i difetti

Il prezzo delle decapottabili è sempre più alto rispetto ad altre tipologie di auto, i costi di gestione sono più elevati per via degli accorgimenti di cui hanno bisogno. A questo vanno aggiunti consumi e peso più consistenti, prestazioni inferiori alle coupé e spazio di carico ridotto e irregolare.

Auto che non vedremo più: Renault Twingo

Auto che non vedremo più: Renault Twingo 1

Anche i miti vanno in pensione. La gloriosa storia della Renault Twingo è iniziata 30 anni fa, nel 1993, ma difficilmente avrà un seguito. La piccola auto della casa francese dovrebbe uscire dai listini entro il 2024 o il 2025, come ha già anticipato il CEO del gruppo Renault, Luca De Meo, che ha sottolineato la difficoltà nel produrre “un’auto con motore termico così compatta”. In realtà potrebbe terminare la produzione anche della versione elettrica, con il costruttore francese intenzionato a ridurre la gamma e concentrarsi sui modelli più redditizi.

Il segmento A, quello delle citycar, è da sempre il meno remunerativo per le case automobilistiche: al giorno d’oggi elettrificare vetture di piccole dimensioni, in modo da abbassare le emissioni di CO2 come richiesto dall’Europa, diventa insostenibile. Per questo motivo l’attuale terza generazione della Twingo, prodotta dal 2014 e reduce dal restyling del 2019, sarà l’ultima: un addio doloroso a un modello iconico e importantissimo nella storia della Renault.

Renault Twingo: alla conquista degli automobilisti

Fin dall’esordio la Renault Twingo ha riscosso un successo commerciale clamoroso. Pur avendo una lunghezza di soli 3,43 metri (per 1,63 di larghezza e 1,42 di altezza), la piccolina ha avuto il merito di unire le dimensioni compatte a un elevato spazio interno: abbattendo i sedili era possibile trasportare oggetti lunghi anche due metri. La sostituta della Renault 4 ha rappresentato una svolta per la casa francese, capace di realizzare una vettura innovativa e dallo stile originale, doti che rendono immortale la prima generazione della Twingo, prodotta dal 1993 al 2007. La prima monovolume dagli ingombri di un’utilitaria esordisce al salone di Parigi nell’ottobre del 1992 e colpisce subito non soltanto per il nome, frutto di un mix fra le parole Twist, Swing e Tango: la novità piace al punto che nella sola rassegna parigina gli ordini ammontano a 2.240 unità.

L’estetica è inconfondibile con il passo di 2,35 metri e i grandi fari “a rana” che comprendono anche gli indicatori di direzione; mentre i paraurti anteriore e posteriore sono in plastica e, sulla fiancata, si mettono in evidenza le due grandi superfici vetrate. Comodità e semplicità sono le parole d’ordine nell’abitacolo: la strumentazione digitale è posizionata in alto al centro, dietro al volante ci sono le spie e il climatizzatore ha le manopole colorate; i vetri anteriori sono manuali e quelli posteriori fissi. Il divano posteriore è sdoppiabile, con sedili scorrevoli. La visibilità è esagerata grazie ai grandi vetri e la luminosità aumenta ancora di più nella versione con l’enorme tetto apribile.

Renault Twingo: dall’unico motore iniziale al 16 V

I primi anni la Twingo viene venduta con un unico motore: il C3G, un 4 cilindri ad aste e bilancieri, cilindrata di 1.239 cc da 54 CV a 5.300 giri, con catalizzatore e cambio manuale a 5 rapporti per una velocità massima di 150 km/h, toccata grazie al peso di soli 1.175 kg. Nel 1996 il motore viene portato a 60 CV abbinato anche al cambio automatico a 3 rapporti della versione Matic; mentre nel 2001 esordisce la 16V da 75 CV. Sempre nel 2001 il restyling porta in dote maggiori comfort e sicurezza con airbag e freni con dischi ventilati davanti e tamburi maggiorati dietro e, come optional, ABS con EBA (emergency brake assist). La prima generazione della Twingo viene prodotta in oltre 2,4 milioni di esemplari dal 1993 al 2007.

Auto che non vedremo più: Renault Twingo

Renault Twingo: con la seconda serie arriva la versione diesel

La seconda generazione resta in produzione dal 2007 al 2014 e segna un taglio netto rispetto alla versione originale. La carrozzeria non è più una piccola monovolume, ma una più convenzionale hatchback a due volumi, che però conserva la sola soluzione a tre porte. Cambia anche lo stile, meno giovanile e più serioso e moderno, con un mix di curve e spigoli. La nuova Twingo è 17 cm più lunga rispetto all’antenata e, nella parte anteriore, presenta grandi fari a forma di goccia; i parafanghi sono allargati, la coda leggermente bombata e i fari posteriori quadrangolari si trovano ai lati di un portellone in posizione incassata rispetto al paraurti.

Gli interni restano giovanili, anche se con un tocco di modernità a partire dalla presa USB per collegare dispositivi audio. È possibile scegliere tra un divanetto intero o due sedili posteriori separati. La seconda generazione della Twingo nasce sul pianale accorciato della Clio II e, all’esordio, le motorizzazioni previste sono quattro, compresa una a gasolio. Nel 2008 arriva la Twingo RS, equipaggiata con motore 1.6 aspirato da 133 CV che le garantisce prestazioni brillanti, seguita dalla versione 1.2 16v con cambio automatico. Il restyling del 2011, invece, porta varie novità estetiche e all’interno dell’abitacolo.

Renault Twingo: prezzi, dimensioni e caratteristiche 3

Renault Twingo: arriva l’elettrica

L’attuale Twingo, di terza generazione, debutta nel 2014 e nasce dal progetto congiunto di Renault e Mercedes-Benz che porta allo sviluppo di una piattaforma comune per tre vetture: la Twingo, la Smart Fortwo III serie e la Smart Forfour II serie. Le tre auto hanno il motore posizionato posteriormente sotto al bagagliaio, il H4Bt, e la trazione posteriore; mentre sotto al cofano anteriore ci sono la batteria, il radiatore e i serbatoi dei liquidi dei freni e dei tergicristalli. All’inizio la Twingo è disponibile in tre motorizzazioni benzina e gpl, alle quali si affianca la versione GT. Il restyling del 2019 porta novità estetiche sia nella parte anteriore, con nuovi fari, che in quella posteriore con la presa d’aria più grande sui parafanghi per raffreddare il motore. Per quanto riguarda i motori, resta solo la versione SCe da 65 CV. Nel febbraio del 2020 viene annunciata la versione elettrica, la Twingo Z.E., dotata di batteria agli ioni di litio da 22 kWh raffreddata a liquido e autonomia dichiarata con il ciclo WLTP di 180 km d’estate e 110 km d’inverno. Si ricarica in circa un’ora a 22 kW in corrente alternata e ha il motore elettrico posizionato nel posteriore sotto il vano bagagli. Raggiunge la velocità massima di 135 km/h e scatta da 0 a 100 km/h in 12,9 secondi.

Transizione ecologica: per passare all’elettrico sono necessari 50 anni

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Per la completa transizione ecologica nel settore della mobilità e dei trasporti saranno necessari 50 anni e bisognerà affiancare all’elettrico altri carburanti alternativi. La previsione arriva da uno studio condotto da Aspen Institute Italia (organizzazione internazionale senza scopo di lucro), con il contributo di Shell Italia, che non risparmia critiche alle scelte dell’Unione Europea che, va ricordato, è responsabile solo dell’8% delle emissioni di CO2 a livello mondiale.

“Per favorire la riduzione delle emissioni nel breve periodo, è necessario accompagnare l’EV con tecnologie alternative quali, ad esempio, biocarburanti di ultima generazione, che non abbiano un impatto negativo sull’ecosistema e non vadano a ridurre le quote alimentari destinate ai paesi in via di sviluppo” si legge nel testo del documento elaborato da Aspen Italia, in cui viene specificato anche che “per centrare gli obiettivi climatici, con il settore della mobilità come parte importante in questo percorso, è assolutamente indispensabile un lavoro sinergico tra i vari governi, organizzazioni ed enti privati, al fine di individuare strategie per una direzione chiara e realistica senza dispersione di risorse e investimenti”.

Ben vengano i nuovi carburanti

La mobilità, sempre secondo lo studio, è uno dei comparti responsabili del maggior numero di emissioni dopo energia e industria. Per questo motivo viene sottolineata l’importanza di e-fuel e biofuel per raggiungere la decarbonizzazione dei trasporti anche dopo il 2035, anno indicato dall’Unione Europea per lo stop all’immatricolazione di nuovi veicoli a combustione. Al momento nel vecchio continente circolano circa 250 milioni di autoveicoli (secondo i dati Acea) e solo lo 0,8% sono auto elettriche pure (BEV), percentuale che sale all’1,5% includendo le ibride Plug-in (PHEV).

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“Per raggiungere l’obiettivo della decarbonizzazione non basta disegnare scenari virtuosi e fare ipotesi poco realistiche alla luce di una non chiara e possibile evoluzione tecnologica – si legge nel testo dello studio di Aspen Italia – Sarebbe molto più saggio affidarsi a più soluzioni in modo che ci sia sempre un’alternativa in grado di farci raggiungere l’obiettivo, concentrandosi maggiormente su quelle che stanno già dando degli efficaci risultati in termini di abbattimento delle emissioni di CO2 nel settore dei trasporti”. Soluzioni alternative che hanno un nome preciso: i biocarburanti derivati da fonti pulite e rinnovabili quali alghe, rifiuti organici e piante, che hanno la capacità di abbassare sensibilmente le emissioni di CO2 rispetto ai combustibili fossili. Arriva invece, almeno per il momento, una bocciatura per gli e-fuel, ritenuti troppo costosi, a meno che non vengano incentivati la ricerca e lo sviluppo in modo da consentire economie di scala e ampliare l’offerta a prezzi ridimensionati.

Lo studio sottolinea anche un altro aspetto della questione: a causa della scarsa autonomia delle batterie e dei tempi eccessivi di ricarica dei veicoli elettrici, non sarà possibile procedere alla decarbonizzazione dell’intero settore dei trasporti, ma grazie allo sviluppo dei nuovi combustibili sarà possibile nel medio periodo riuscire a decarbonizzare anche il trasporto pesante su gomma, il trasporto aereo e quello navale.

I biofuel e le scelte dell’Italia

Aspen si trova d’accordo con la decisione dell’Italia di insistere sull’importanza dei biofuel a Bruxelles, una soluzione che permetterebbe di allungare la vita delle auto a motore endotermico, di gran lunga ancora le preferite dagli automobilisti italiani. Il costo elevato delle vetture a batteria, che si somma alla carenza delle infrastrutture e al fatto che lo sviluppo dei motori a idrogeno è nella fase iniziale, lascia pensare che la transizione verso le auto elettriche avrà bisogno di tanti anni e per questo i biocarburanti potrebbero concorrere alla riduzione delle emissioni di CO2.

“Fino a ora l’Europa ha marginalizzato, se non vietato di fatto, qualsiasi soluzione che non fosse elettrica, abbandonando il principio della neutralità tecnologica che è sempre stato il cardine delle politiche industriali europee. Non va dimenticato che, secondo gli scenari della International Energy Agency, il settore dei trasporti di merci e persone al 2040 dipenderà ancora per l’80-85% da carburanti liquidi di origine petrolifera – per quanto con una quota crescente di origine non petrolifera ma biogenica o sintetica, rispetto al 94% attuale – e che il motore a combustione interna resterà un’opzione anche nel futuro” sottolinea il lavoro presentato recentemente da Aspen Italia.

Suv: tutti i pregi e i difetti

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Sempre più di moda, sempre più richiesti. I Suv hanno conquistato, nel corso degli anni, una fetta di mercato via via più grande, fino a registrare, nel 2021, il primo storico sorpasso sulle berline per quanto riguarda le nuove immatricolazioni. Un successo che parte da lontano e che negli ultimi dieci anni ha convinto un numero crescente di automobilisti. Uno dei segreti del boom dei Suv è la capacità di mettere insieme i pregi delle dirette concorrenti, le station wagon e i monovolume: le auto a ruote rialzate sono in grado di coniugare spazi da famiglia con design alla moda e un’elevata flessibilità di impiego.

Una lunga corsa iniziata 30 anni fa

La sigla Suv sta per Sport utility vehicle (in italiano veicolo per necessità e tempo libero) e si riferisce alle auto dall’assetto rialzato e, generalmente, con trazione integrale. Di solito i Suv sono suddivisi in quattro categorie principali, a seconda delle dimensioni: Urban, Compact, Large e Premium. A partire dagli anni ’90 la sigla è stata introdotta per etichettare alcune vetture come Toyota RAV4, Mercedes ML, Honda CR-V e successivamente BMW X5 che, alle caratteristiche del fuoristrada, uniscono look e allestimenti meno estremi e più cittadini.

All’inizio il termine Suv era riservato ai veicoli a trazione integrale poi, sul finire dello scorso decennio, data la crescente richiesta anche da parte di chi era disposto a rinunciare alle quattro ruote motrici anche per contenere costi, manutenzione e consumi, è stata estesa alle auto con due sole ruote motrici. Queste ultime sono chiamate crossover, a rimarcare la loro natura più mite, un incrocio, appunto, fra vetture normali e Suv. Di contro, in altri mercati e principalmente negli Stati Uniti, la sigla Suv è stata estesa anche ai veri fuoristrada, nonostante al giorno d’oggi siano sempre meno diffusi.

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Ottima visuale sulla strada e comfort elevato

I segreti del successo dei Suv sono molteplici: oltre all’immagine imponente, a prescindere da misura e segmento, troviamo la guida alta, l’ottima visuale sulla strada e l’altezza da terra che permette di guidare senza particolari problemi anche sullo sterrato senza la trazione integrale. A queste caratteristiche bisogna aggiungere gli interni spaziosi e versatili e due specifiche dei monovolume: l’ampio spazio di carico e la possibilità di 7 posti su vari modelli, anche compatti. È per questo che i Suv, con il passare degli anni, hanno preso il posto dei minivan.

C’è un prezzo da pagare per essere al passo coi tempi

Guidare una vettura alla moda, come un Suv, che è diventato uno status symbol e che offre numerosi vantaggi, ha un prezzo da pagare. I consumi, i costi di manutenzione e il costo stesso dell’auto a ruote alte è più elevato rispetto alle vetture tradizionali.

In più, al pari delle monovolume, la capacità di carico dei Suv è ridotta se confrontata a quella di una equivalente station wagon, che di solito è più lunga. La scelta migliore per gli automobilisti che hanno bisogno di più spazio di carico, ma che non vogliono privarsi della mobilità, è il cross country.

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I pregi dei Suv

L’immagine alla moda, lo spazio e il comfort da Mpv, uniti a flessibilità e mobilità maggiori rispetto ad altri tipi di vetture, sono tra i principali pregi dei Suv.

I difetti dei Suv

Di contro, le vetture a ruote alte costano di più e hanno consumi e costi di gestione più elevati rispetto alle auto tradizionali. Inoltre i Suv hanno capacità e superficie di carico minori in confronto alle station wagon.

Auto divenute icone: Ford Mustang

Ford Mustang: prezzi, dimensioni e caratteristiche 3

Oggi la Ford Mustang Mach-E è un crossover suv elettrico, che in alcuni particolari come i gruppi ottici posteriori e i loghi a forma di cavallo (il nome deriva dai cavalli selvaggi nordamericani Mustang), ricorda la mitica sportiva americana. Ma a parte il nome e i pochi dettagli, non ha niente a che vedere con l’originale, che è una delle vetture più vendute nella storia dell’industria automobilistica mondiale, imitata da molti altri marchi.

La Ford Mustang nasce nel 1964 e in poco tempo diventa una delle muscle car più iconiche degli anni ’60 e ’70. Il progetto risale agli inizi degli anni ’60, quando il mitico manager Lee Iacocca ebbe l’idea di creare una vettura pensata per la generazione dei “Baby boomers”, i nati dopo la seconda guerra mondiale. I lavori partono con un budget ridotto dopo la chiusura del marchio Edsel e per questo vengono usati molti pezzi presi da altri modelli; mentre come base è utilizzato il pianale della Ford Falcon, con dimensioni più piccole e con l’aggiunta di alcuni rinforzi strutturali. Il risultato è un’auto lunga 4,6 metri e larga 1,78 che dà il via contemporaneamente al filone delle muscle car e a quello delle pony car.

Auto divenute icone: Ford Mustang

Un immediato successo

Mustang arriva sul mercato nella primavera del 1964 e conquista fin da subito giovani e adulti, con una buona fetta di pubblico femminile, grazie anche alla comunicazione mirata voluta da Ford: gli ordini soltanto nel giorno di lancio sono 20.000. I segreti del grande successo stanno nella linea accattivante delle carrozzerie coupé e convertibile, rigorosamente a quattro posti, nel prezzo base contenuto (meno di 3.000 dollari) e nell’ampia scelta di motorizzazioni e optional. Il modello base è spinto da un motore a sei cilindri da 2,8 litri e soli 105 CV; mentre a richiesta è disponibile anche con i V8, cambio a 3 o 4 marce anche automatici e varie opzioni di assetto.

La Fastback e le prime elaborazioni

La prima serie esce dal listino dopo soli quattro mesi, tanto da essere ricordata come “1964 e 1/2”, per lasciare posto a settembre al Model Year ’65, che introduce varie novità, fra cui la terza carrozzeria, la Fastback, una coupé con la coda slanciata che in poco tempo sarebbe diventato il modello preferito dagli automobilisti. Contemporaneamente compaiono anche le prime elaborazioni sportive a opera di Shelby: la prima GT350 con motore V8 Windsor da 4,7 litri e 310 CV che inaugurerà una serie parallela che è sempre andata di pari passo con le evoluzioni della Mustang.

Più muscoli e potenza

La prima generazione (in produzione fino al 1973), al pari di altre auto iconiche come la Chevrolet Corvette, subisce numerosi cambiamenti estetici conservando la base di sempre. Il primo restyling massiccio arriva nel 1967, con l’introduzione dei primi motori Big Block a partire dal 6.4 da 325 CV. Le Mustang Boss sono altri modelli dalle alte prestazioni, grazie ai motori 429 e 302, equivalenti rispettivamente a 7 e 4,9 litri, con potenze di 380 e 294 CV.

La seconda generazione

L’auto prodotta dal 1974 al 1978 è più compatta e meno elettrizzante e prende il nome di Mustang II. È costruita sulla base della Pinto, è molto curata nei dettagli, ma perde in potenza, con motori a quattro e sei cilindri (scelta obbligata a causa della crisi petrolifera), ai quali nel 1975 si affianca il V8. La seconda generazione di Mustang viene comunque premiata dagli automobilisti, con le vendite che risultano più che buone.

Auto divenute icone: Ford Mustang 1

Nuova linfa dopo il calo di vendite

Nel 1979 è l’ora della terza generazione, che si fa più attuale mantenendo dimensioni compatte con i suoi 4,56 metri di lunghezza. Nel 1982 arriva la GT, con motore V8 di 5 litri della famiglia Windsor da 160 CV che nel 1987 passano a 225 CV, facendo tornare la Mustang fra le muscle car. A seguito del calo di vendite, Ford valuta l’ipotesi di mandare la storica auto in pensione e sostituirla con una sportiva più moderna come la Probe, ma a sorpresa gli automobilisti si schierano a favore della prosecuzione della dinastia Mustang.

Nel 1994 arriva la quarta generazione, basata sulla Fox come la precedente, che introduce linee all’avanguardia anticipate dalla concept car Mach II del 1993. A questa serie va riconosciuto il merito di aver rinverdito l’immagine della Mustang, soprattutto dopo il restyling dei primi anni 2000, con versioni GT e Cobra e motori da 250 a oltre 300 CV. I 40 anni della Mustang, nel 2004, vengono celebrati da una versione speciale rossa con strisce dorate.

Ritorno al passato con le ultime generazioni

Le muscle car seguono i revival di inizio secolo di molte altre vetture, come la Volkswagen New Beetle e la Fiat 500. La quinta generazione della Mustang, prodotta dal 2005 con piattaforma rinnovata e sospensioni anteriori MacPherson, si ispira ai modelli di fine anni ’60; mentre la sesta generazione, del 2015, nasce su una nuova base e viene commercializzata anche in Europa. È alimentata dal classico V8 5.0 potenziato fino a 435 CV, a cui si affianca un quattro cilindri Ecoboost turbo 2.3 da 315 CV; negli Stati Uniti, invece, come base si parte dal V6 da 3,7 litri.

Ford Mustang: prezzi, dimensioni e caratteristiche 2

Un mito consacrato da cinema e musica

Come ogni vera auto icona che si rispetti, anche la Ford Mustang si è ritagliata il proprio spazio sul grande schermo e non solo. In Bullitt, celebre film del 1968, Steve McQueen guida una GT color verde; non è da meno Sean Connery nel 1971 che sfreccia al volante di una Mach 1 in “Agente 007 – Una cascata di diamanti”. Nel film del 2007, “Io sono leggenda”, Will Smith si cimenta con una Mustang Shelby GT-500 e Ryan Gosling in “Drive”, pellicola del 2011, è protagonista a bordo di una GT 5.0 coupé.

Nel 1965 arriva anche l’omaggio del mondo musicale, con la leggendaria canzone rhythm and blues “Mustang Sally”, scritta da Mack Rice e diventata ancora più famosa grazie alle interpretazioni di Wilson Pickett, Creedence Clearwater Revival, Buddy Guy, Los Lobos e tanti altri. Curiosa l’origine della canzone: stando allo storico musicale Tom Shannon, Mack Rice la compose per scherzo, dopo aver saputo che il direttore della band di Della Reese voleva comprare una Ford Mustang. Rice chiamò la canzone “Mustang Mama”, ma a seguito del consiglio della regina del soul, Aretha Franklin, cambiò il titolo in “Mustang Sally”.