Auto divenute icona: Mercedes Classe A

Mercedes Classe A 250e: debutto al Salone di Francoforte

La Classe A ha da poco spento le 25 candeline: un compleanno storico per una delle Mercedes più vendute e più rivoluzionarie. L’attuale generazione, la quarta, (al pari della precedente) ha mantenuto lo stesso nome, ma è una classicissima compatta a due volumi, o “hatchback”, dal design sportivo che fa concorrenza all’Audi A3 e alla BMW Serie 1.

Il mito e l’unicità della Mercedes Classe A nascono nel 1997, a seguito della precisa volontà del marchio tedesco di ampliare la propria gamma verso il basso e conquistare segmenti di mercato inediti. Teoria e pratica, per una volta, coincidono alla perfezione e il risultato è un modello dal successo clamoroso, che segna una svolta epocale per la casa di Stoccarda. La prima Classe A è un’auto unica nel proprio genere: piccola e a trazione anteriore, è lunga solo 3,61 metri (come una vettura di segmento A), ma spaziosa come una Volkswagen Golf, che appartiene al segmento C, e ha un design da monovolume, novità inaspettata per un marchio premium come quello tedesco. La piccola è avanti rispetto ai tempi anche per quanto riguarda la meccanica: già 26 anni fa in Mercedes pianificano una versione elettrica e disegnano anche il pianale.

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Tutto ruota attorno al pianale a sandwich

Il segreto della piccola tedesca sta nella struttura: il pianale a sandwich, con il motore inclinato in avanti, riduce al minino l’ingombro del propulsore davanti all’abitacolo, perché la meccanica occupa lo spazio sotto i piedi del guidatore e del passeggero del sedile anteriore. Questa soluzione si traduce in spazio a volontà, carrozzeria compatta e sicurezza al massimo. La struttura a sandwich è alla base delle “magie” della Classe A: il bagagliaio da 390 litri di capacità minima (10 in più rispetto a quello della Golf) che salgono a 1.340 abbattendo i sedili posteriori e lo spazio per i passeggeri, sia in altezza che per le gambe.

Non solo, il pianale a sandwich è fondamentale anche per la sicurezza, che nella piccola Mercedes non deve essere da meno rispetto ai modelli più lussuosi e costosi. In caso di impatto frontale, il motore e la trasmissione si sganciano e scivolano sotto il pavimento dell’auto, lasciando inalterata la cellula di sopravvivenza, mentre l’energia dell’impatto viene dissipata dalle strutture a deformazione programmata. Una grande soluzione, considerato che nasce nel 1997. Al debutto, la Classe A è disponibile in due motorizzazioni monoalbero a benzina, da 1.4 e 1.6 litri e da 82 e 102 CV; mentre le versioni diesel arrivano in seguito, al pari di altre a benzina più spinte.

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Il test dell’alce rischia di vanificare gli enormi sforzi

Mercedes decide di fare le cose in grande e la Classe A viene preceduta da una campagna pubblicitaria su scala mondiale avviata con oltre due anni di anticipo sull’effettiva uscita in produzione, ma le insidie sono dietro l’angolo: la piccola tedesca si ribalta durante il tradizionale “test dell’alce”, eseguito da un giornale svedese. Nei boschi scandinavi, c’è rischio di trovarsi il grosso animale in mezzo alla strada: in questo caso, per evitarlo, il guidatore deve operare un doppio, repentino cambio di direzione. Per questo motivo gli scandinavi sottopongono le auto di nuova commercializzazione a una simulazione della manovra, il cosiddetto “test dell’alce”. La Classe A, complice anche il baricentro alto, si ribalta a causa degli eccessivi trasferimenti di carico durante la prova.

Mercedes decide di richiamare tutte le vetture vendute (2.600) e interrompe la produzione, in attesa della soluzione del problema. E anche in questo caso la piccola monovolume si dimostra avanti coi tempi: viene modificato l’assetto e adottata una nuova misura di pneumatici, in modo che l’auto non si ribalti più. Non solo, i tecnici Mercedes capiscono che sfruttando l’evoluzione dell’elettronica possono trasformare quella che tanti chiamano “l’auto che si ribalta” nella “vettura che non sbanda”: montano l’ESP di serie su tutta la gamma, un dispositivo diventato obbligatorio per legge solo nel 2012.

Il restyling del 2001 e la versione Lunga

Il primo restyling della Classe A arriva nel 2001 e, oltre ai ritocchi a livello estetico, porta alcuni cambiamenti soprattutto ai motori diesel. La novità principale è l’introduzione della versione Lunga, caratterizzata dall’allungamento del passo di 17 cm, a vantaggio dell’abitabilità interna, specie quella dei passeggeri posteriori, e della capacità di carico, che passa a 1.930 litri con divano posteriore abbattuto e sedile anteriore eliminato. La gamma si arricchisce anche con una versione speciale dedicata al team di F1 McLaren a cui Mercedes fornisce i motori, per celebrare la vittoria del Campionato del Mondo Piloti con Mika Hakkinen nel 1998 e 1999.

Auto divenute icona: Mercedes Classe A

Nel 2004 arriva la seconda generazione

La seconda generazione è più lunga di 10 cm (3,88 metri) rispetto alla prima a passo lungo e più larga; mentre sparisce la versione allungata. Si perdono per strada anche alcuni tratti distintivi della prima generazione: il design ha meno personalità ed è più geometrico. La nuova Classe A è disponibile anche con la carrozzeria a tre porte, chiamata coupé, e presenta motori che spaziano dal 1.5 da 95 CV al 2.0 da 193, passando per il 1.7 da 116 CV e il 2.0 da 136 CV. Fra i propulsori diesel, c’è il 2.0 declinato in tre livelli di potenza: 82, 109 e 140 CV.

Dalla terza generazione in poi resta solo il nome

Le prime due generazioni della Classe A riscuotono un successo clamoroso specialmente in Italia, grazie al mix fra design particolare e praticità che la rende perfetta per la famiglia e la città; mentre all’estero non registrano gli stessi numeri. Per questo, nel 2012 Mercedes trasforma la Classe A in una classica berlina a due volumi dall’aspetto sportivo, che si colloca nella fascia del segmento C premium, in grado di fare concorrenza a BMW Serie 1 e Audi A3.

Per quanto riguarda la struttura, viene abbandonato il vecchio pianale a sandwich, sofisticato ma anche costoso da produrre, per far posto a un pianale più classico, legato alla Classe B e alla CLA lanciata successivamente nel 2013. Nel 2018 è l’ora dell’attuale quarta generazione che, a partire dall’anno successivo, vede anche l’arrivo dell’inedita berlina, la variante “con la coda”. Le vendite della nuova Classe A, che segna una rottura netta con il passato, premiano ancora una volta la scelta della casa di Stoccarda.

Range Rover Evoque: acquisto o finanziamento?

Range Rover Evoque: prezzo, dimensioni e caratteristiche 4

La Range Rover Evoque è fresca di restyling, che riguarda principalmente i fari, la plancia e alcune soluzioni negli interni, come i nuovi rivestimenti in pelle di serie su tutta la gamma. La novità più importante è l’infotainment con display curvo da 11,4”, dotato anche della possibilità di aggiornamenti OTA, che si aggiunge ai fari pixel led, disponibili per gli allestimenti superiori, al climatizzatore con purificatore dell’aria e a una suite di ADAS di livello 2. Il suv di lusso più compatto del listino Land Rover, giunto alla seconda generazione, mantiene intatta la gamma di motorizzazioni, ad eccezione del propulsore a benzina più potente che non è più disponibile. La nuova Evoque conferma le misure e il look sportivo della versione precedente: è lunga 4,37 metri, larga 1,99, alta 1,65 con un passo di 2,68 metri che consente una buona abitabilità e una capacità di carico minima di 472 litri e massima di oltre 1.100 litri.

Sono quattro gli allestimenti previsti per il suv: S, l’accesso alla gamma, ma con un’ottima dotazione di serie; Dynamic SE, caratterizzato dai cerchi da 19”, l’impianto audio premium Meridian Sound System e ADAS avanzati come il Blind Spot Assist; Dynamic HSE, che offre fari pixel led, tetto panoramico fisso e rivestimenti degli interni in pelle e, infine, Autobiography, il top di gamma con tutte le dotazioni Range Rover.

Land Rover Discovery ed Evoque P300e Phev: le inglesi diventano ibride 1

Sportività, tecnologia e lusso vanno a braccetto

La nuova generazione della Evoque, a livello estetico, continua a ricordare altri modelli della casa britannica: nella parte frontale, la calandra si fonde con i gruppi ottici led di serie e, sul paraurti, spiccano le prese d’aria a sviluppo verticale. La fiancata si distingue per le maniglie delle portiere a scomparsa, presenti anche nella prima generazione; mentre il tetto spiovente verso la parte posteriore dona al suv un aspetto da coupè. Infine, la parte di dietro della vettura ospita il doppio scarico trapezoidale e i gruppi ottici uniti da una fascia che comprende il nome del marchio.

Come detto, il restyling ha portato numerosi cambiamenti nell’abitacolo, a partire dallo schermo curvo da 11,4” per l’infotainment Pivi Pro, ereditato dalla Velar, che si unisce a un altro monitor dedicato alla strumentazione digitale. La nuova Evoque, dotata dell’assistente virtuale Alexa, è in grado di ricevere aggiornamenti OTA e ospita una serie di ADAS di ultima generazione, come il Cruise Control adattivo con limitatore di velocità e riconoscimento dei segnali stradali.

Motorizzazioni e consumi

Per quanto riguarda i propulsori diesel, troviamo il 2.0 da 163 CV, affiancato dal 2.0 Ingenium 4 cilindri MHEV con potenze da 163 CV e da 204 CV, che inquinano meno rispetto alle versioni precedenti. La gamma vede anche due motori benzina MHEV, un 1.5 litri 3 cilindri turbo da 160 CV e l’Ingenium 2.0 turbo da 249 CV di potenza; non è più disponibile, invece, il propulsore da 300 CV. È presente anche una versione plug-in spinta da un motore 1.5 e un modulo elettrico per una potenza totale di 309 CV e un’autonomia in elettrico di 62 km.

Tenendo conto del peso e della potenza della Evoque, i consumi non sono esagerati. Il motore diesel da 163 CV richiede 6,0 l/100 km; mentre le versioni MHEV da 163 e 204 CV impiegano sui 6,4 l/100 km. Meno economici i motori a benzina: quello da 160 CV promette di consumare 7,9 l/100 km; dato che sale a 8,8 l/100 km per la versione da 204 CV. Numeri completamente differenti per la motorizzazione plug-in hybrid, che dichiara un consumo combinato su ciclo WLTP di 1,4 l/100 km, con la possibilità di percorrere fino a 62 km in modalità solo elettrica con una ricarica.

Range Rover Evoque: prezzo, dimensioni e caratteristiche 3

Range Rover Evoque 2.0D I4 163CV AWD Auto S a 55.800 €

Le offerte di Land Rover per i prossimi mesi comprendono anche i finanziamenti. Il marchio inglese propone Leasing+, una formula riservata sia alle persone giuridiche che ai privati, con o senza partita IVA.

La nuova Range Rover Evoque 2.0D I4 163CV AWD Auto S ha un prezzo di listino di 55.800 euro e, senza incentivi statali e senza obbligo di permuta o rottamazione, con Leasing+ può essere acquistata versando un anticipo di 14.883,52 euro, a cui seguono 47 rate mensili da 450 euro l’una (TAN 4,95%, TAEG 6,74%); mentre la maxi-rata finale, da pagare solo nel caso si voglia riscattare la vettura, ammonta a 26.942,45 euro.

Con Bentley il lusso è sostenibile

Bentley Bentayga: prezzo, dimensioni e caratteristiche 32

Bentley intensifica le strategie e le iniziative per diventare il produttore di automobili di lusso più sostenibile al mondo. Per centrare il difficile obiettivo, lo storico marchio inglese fondato nel 1919, ha cambiato rotta già nel 2010, adottando una serie di iniziative per abbattere le emissioni di CO2 nel più breve tempo possibile. Inoltre, a Bentley spetta il primato di prima casa automobilistica di lusso che ha fissato il 2030 come termine entro il quale convertirsi in un marchio completamente carbon neutral. Un primo obiettivo è stato raggiunto: il quartier generale di Crewe ha centrato le specifiche PAS 2060 dell’associazione Carbon Trust, riconosciute a livello mondiale.

Lo storico brand inglese ha ottenuto la certificazione di azienda carbon neutral per la prima volta nel 2019 e, da allora, ha proseguito sul cammino intrapreso del contenimento delle emissioni, che sono calate dell’81% nel 2020, complice il lock down per la pandemia che ha portato alla riduzione dei trasporti. Passando alle auto, la casa inglese ha deciso di optare per la graduale elettrificazione della propria gamma, come previsto dal piano strategico Beyond100, con l’arrivo di una versione ibrida per ciascun modello, in attesa della prima vettura 100% elettrica prevista per il 2025. Le strategie del marchio sono riassunte dalle parole di Peter Bosch, membro del Board for Manufacturing: “Negli ultimi due decenni Bentley ha adottato un approccio pionieristico all’imprenditorialità sostenibile, realizzando uno stabilimento di produzione di alta qualità, a basso impatto ambientale e altamente efficiente. L’obiettivo finale è creare un’impronta manifatturiera nettamente positiva per il clima entro il 2030”.

Bentley Flying Spur: prezzo, dimensioni e caratteristiche 1

Energia pulita grazie al mega impianto fotovoltaico

L’impianto di Crewe, che ospita anche la sede del brand che oggi fa parte del gruppo Volkswagen, è alimentato totalmente con energia rinnovabile: il parcheggio con pannelli solari più grande di tutta l’Inghilterra fornisce 7,7 MW di potenza; mentre i gas impiegati nei processi produttivi sono tutti certificati e tre caldaie di nuova generazione da 5,5 MW ad alta efficienza energetica riducono i consumi generali. L’energia “pulita” è destinata, oltre che ai processi di lavoro, anche alle 130 colonnine di ricarica per le vetture plug-in: 30 colonnine sono riservate a titolo gratuito alle auto aziendali a batteria dei dipendenti; mentre chi si reca al lavoro in bici ha a disposizione una stazione di riparazione.

Trasporti più ecologici e stop allo spreco di acqua

La svolta ecologista di Bentley include anche i collegamenti su strada con l’esterno: le bisarche e i camion che transitano dal sito di Crewe possono contare su un serbatoio da 34.000 litri di biodiesel, che riduce le emissioni di CO2 allo scarico, rispetto al comune diesel, dell’86%.

Gli ultimi dieci anni sono stati virtuosi anche per quanto riguarda la quantità di acqua usata nella produzione delle auto, scesa del 55,9% da 21,1 metri cubi per auto a 9,31 metri cubi, facendo registrare un risparmio di quasi 12 metri cubi, corrispondenti a circa 150 vasche da bagno piene d’acqua. Questo obiettivo è stato centrato grazie all’installazione di sistemi di riutilizzo della stessa acqua, che hanno portato alla riduzione di quella di scarto del 99,1%, e al minor consumo dovuto al lavoro in smartworking di alcuni dipendenti a seguito della pandemia.

Bentley Bentayga: prezzo, dimensioni e caratteristiche 19

Nuovi progetti a favore dell’ambiente con la Bentley Environmental Foundation

Sempre all’interno della strategia Beyond100, l’ultima iniziativa della casa inglese è la nascita della Bentley Environmental Foundation, che rappresenta l’impegno a lungo termine del marchio di lusso a sostenere le iniziative di sostenibilità globale. La Fondazione, che in attesa di nuovi partner si avvale della collaborazione di Project Drawdown, Biomimicry Institute e Sustainable Surf, ha il compito di promuovere soluzioni di nuova generazione alle sfide ambientali e lavorerà su tre livelli: accelerare la decarbonizzazione (“drawdown”), sostenere gli operatori del cambiamento ambientale e ridefinire il lusso sostenibile.

Tutti i cittadini possono sostenere la Fondazione e gli altri partner, mentre Bentley ha già provveduto, per l’anno in corso, a una donazione di tre milioni di sterline, il primo passo per supportare enti di beneficenza e organizzazioni non profit accuratamente selezionate, che lavoreranno in collaborazione con Bentley per apportare cambiamenti ambientali duraturi ed efficaci.

Auto divenute icona: Opel Corsa

Auto divenute icona: Opel Corsa

La storia del marchio Opel è legata indissolubilmente a quella della Corsa, la piccola auto nata nel 1982 e oggi giunta alla sesta generazione. Si tratta di una delle utilitarie più amate, soprattutto in Europa, che ha saputo conquistare i cuori di milioni di automobilisti e automobiliste, grazie alle dimensioni contenute e alla capacità di adattarsi a livello stilistico al cambiamento dei tempi. Una vera e propria best seller, creata appositamente dalla casa tedesca per coprire il vuoto nella gamma lasciato dalla Kadett, nata come utilitaria e successivamente cresciuta fino a occupare il segmento della Volskwagen Golf. I progettisti Opel si tuffano nel nuovo progetto con l’idea di realizzare una vettura dai costi contenuti, dalle dimensioni compatte, ma di grande affidabilità per contrastare il dominio di vetture come Volkswagen Polo, Ford Fiesta e Renault 5, che a breve sarebbe diventata Supercinque. Obiettivo ampiamente centrato, come testimoniano i numeri e la carriera della Corsa (che è anche la prima auto a trazione anteriore del marchio), ancora oggi nelle concessionarie, anche se con forme e dimensioni decisamente maggiori rispetto alla versione originale.

La prima generazione, un boom da 3,1 milioni

La prima serie, classificata come Opel Corsa A dalla casa tedesca, sfoggia una grande aggressività in soli 3,62 metri di lunghezza e 745 kg di peso, grazie ai passaruota bombati che le conferiscono un aspetto da rally. La piccola utilitaria fa subito breccia nei cuori degli automobilisti, attratti da robustezza, versatilità e costi contenuti: in 11 anni, la prima generazione vende 3,1 milioni di unità. Un successo clamoroso per Opel, che rientra dei cospicui investimenti per produrre la prima auto a trazione anteriore, grazie anche alle agevolazioni concesse dal governo spagnolo, in cambio della decisione di produrre la Corsa in uno stabilimento vicino a Saragozza.

La struttura è a scocca portante, con trazione anteriore, sospensioni anteriori MacPherson e posteriori a ruote interconnesse e freni a disco sulle ruote anteriori e a tamburo su quelle di dietro, accorgimenti ancora presenti nelle discendenti odierne. Accanto alla versione hatchback con portellone posteriore, troviamo anche la tre volumi, chiamata TR, per soddisfare le esigenze degli automobilisti in cerca di una piccola familiare; mentre per i più sportivi c’è la GSi da 100 CV. Nel 1987, a cinque anni dall’esordio, la casa tedesca propone anche versioni più pratiche e fruibili a 4 e 5 porte, mantenendo lo stesso telaio e interasse. Seguono anche nuovi allestimenti, tra cui il GT che sostituisce l’SR e la motorizzazione 1.3i con il primo propulsore a iniezione. La prima Corsa conquista un pubblico in gran parte maschile, convinto dal carattere sportivo della piccola tedesca, che al momento del lancio sul mercato offre i seguenti motori: 1.0 da 45 CV, 1.2 da 55 CV, con cambio manuale a 4 marce e, a richiesta, a 5 marce, che è standard sul 1.3 da 70 CV e 75 nella versione 1.3 S.

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Due restyling prima di salutare

La Opel Corsa A subisce il primo aggiornamento nel 1987: la mascherina e altri dettagli delle varie carrozzerie vengono ridisegnati; la gamma motori, invece, si arricchisce con l’arrivo del propulsore decisamente economico 1.5 diesel da 50 CV, seguito nel 1988 dal 1.5 TD turbocompresso da 67 CV. La prima generazione, dato il grande successo, resta in produzione fino al 1993, il tempo per ricevere un altro restyling, nel 1990, che porta cambiamenti più vistosi nel frontale e nelle fanalerie, e vede la sostituzione dei motori 1.3 con il nuovo 1.4 da 72 CV.

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La Corsa B strizza l’occhio alle donne

Dopo aver conquistato soprattutto gli uomini, l’utilitaria tedesca decide di fare un passo deciso per venire incontro all’universo femminile. Scelta quanto mai azzeccata, dato che la Corsa B saluterà nel 2000 con oltre 4 milioni di esemplari venduti in 7 anni di commercializzazione. Nel 1993 esordisce la seconda generazione, che abbandona gli spigoli per accogliere linee più dolci e morbide; anche i fanali squadrati lasciano il posto a una soluzione più arrotondata e aggraziata. Per convincere le donne, sempre alla ricerca di spazio e comodità, la Corsa cresce di 10 centimetri per accogliere meglio passeggeri e bagagli.

Inoltre, seguendo la moda in voga all’inizio degli anni ’90, lo stile della carrozzeria cambia nettamente fra la versione tre e cinque porte: la forma dei fari è differente, a goccia per la 3 porte, verticali per la 5 porte, e anche il resto del posteriore varia. La nuova Corsa è disponibile anche nella versione station-wagon, non bellissima dal punto di vista estetico, ma l’ideale per chi vuole ampio spazio a prezzi contenuti. Il restyling del 1997 porta un’importante novità: l’introduzione del rinnovato motore tre cilindri da un litro di cilindrata con quattro valvole per cilindro, una soluzione che presenta un ottimo compromesso fra prestazioni, elasticità, comfort e contenimento dei consumi.

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Largo all’iniezione diretta con la terza generazione

Con la Corsa C, prodotta dal 2000 al 2006, arriva l’iniezione diretta sui motori diesel, con aumento delle prestazioni e il calo di emissioni e consumi. La nuova versione è più lunga di 10 cm rispetto alla precedente e offre una maggiore abitabilità. Le linee tornano a essere più decise, i fari anteriori tagliati di netto nella parte inferiore e quelli posteriori in posizione rialzata e verticale. La station-wagon va in pensione, ma la Corsa continua a riscuotere successo, grazie anche agli apprezzati motori a 4 valvole per cilindro: alle fine vengono vendute 2,5 milioni di unità.

Opel Corsa: prezzi, dimensioni e caratteristiche 9

Dall’alleanza con Fiat fino ai giorni nostri

La quarta generazione, prodotta dal 2006 al 2014, nasce sotto l’alleanza con il gruppo Fiat: la Corsa D viene sviluppata sulla stessa piattaforma della Grande Punto, anche se le due auto hanno un design completamente diverso. La piccola tedesca sfiora i 4 metri di lunghezza e nella versione a tre porte somiglia molto a una coupé, per il taglio della zona finale del tetto e del finestrino posteriore. La nuova versione Start/Stop con motore 1.3 CDTI dichiara consumi molto bassi, grazie alla tecnologia ecoFLEX: 3,3 l/100 km nel ciclo misto con 88 g/km di emissioni di CO2. In otto anni, la Corsa D vende 2,8 milioni di unità, portando il totale a 12,3 milioni di vetture consegnate dall’esordio nel 1982. La quinta generazione, o Corsa E, viene prodotta dal 2014 al 2019. Nasce sulla stessa piattaforma della serie precedente e, per la prima volta, supera i 4 metri di lunghezza e continua a essere proposta nelle versioni a 3 o a 5 porte. Al momento del lancio la Corsa E può contare su sette motorizzazioni, cinque a benzina e due diesel, con due tipologie di trasmissione: cambio manuale a 5 o 6 marce.

Nel 2019 debutta l’attuale sesta generazione. La Corsa F è il primo modello progettato da Opel dopo l’ingresso nel gruppo francese PSA e nasce sulla stessa piattaforma della seconda generazione della Peugeot 208, con la quale condivide anche gli stessi motori. La vettura viene presentata il 23 maggio 2019 inizialmente solo nella versione elettrica, denominata Opel Corsa-e; mentre i modelli a combustione debuttano a fine giugno dello stesso anno. Il taglio rispetto al passato è netto sia a livello stilistico che di dimensioni: l’ultima Corsa è più lunga, più larga, ha un passo più generoso e viene proposta soltanto nella versione a 5 porte.

Auto divenute icona: Citroen DS

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Oggi DS è un marchio indipendente, nato nel 2014 (o per meglio dire rinato) come brand di lusso della casa madre Citroen, mentre ancora prima è stato anche una linea di prodotto. Il nome originale, in realtà, è quello di una delle vetture più famose, innovative e rivoluzionarie della storia dell’industria automobilistica, un’icona senza tempo capace di far innamorare anche gli automobilisti più distratti e meno appassionati. Un’auto da favola, un simbolo in grado di rappresentare la Francia e la “francesità” nel mondo, la vettura sulla quale hanno sfilato i presidenti della Repubblica; un sogno per tantissimi automobilisti e un qualcosa di insostituibile per chi la possiede e non la cambierebbe mai per non rinunciare all’incredibile comfort che è in grado di garantire.

La Citroen DS, prodotta dal 1955 al 1975, è un’auto pioniera, avanti anni luce rispetto alla concorrenza, un concentrato di tecnologie applicate ancora oggi, come i fari adattivi che ruotano e illuminano l’interno delle curve e le sospensioni che regolano l’altezza dell’auto dal suolo. Il progetto della DS nasce negli anni ’30, con la casa francese alla ricerca di una degna erede di un’altra icona come la Traction Avant, ma c’è di mezzo la seconda guerra mondiale a rallentare i piani. Il design unico e particolare della DS prende forma dalla penna dell’italiano Flaminio Bertoni, “padre” anche di un altro mito assoluto come la Citroen 2 CV; italiano anche il motore, sviluppato dall’ingegnere piemontese Walter Becchia (con alle spalle esperienze nella Talbot), che in quegli anni lavora ai propulsori della casa francese. Le linee innovative della DS, con la forma a goccia, le ruote posteriori carenate e la coda più stretta del muso, non sono fini a sé stesse, ma nascono per aumentare l’aerodinamica, parola chiave per il costruttore francese già in quegli anni.

Il debutto al Salone di Parigi nel 1955

L’erede della Traction Avant si mostra al pubblico di casa in occasione dell’importante rassegna parigina. Il progetto è quanto mai ambizioso, come dimostra il nome scelto: DS, letto tutto d’un fiato, in francese suona come déesse, che vuol dire “dea”, ma è anche una sigla che sta per Désirée Spéciale, desiderata speciale. Le due interpretazioni del nome rendono bene l’idea di come Citroen voglia puntare sull’immagine di eccellenza e unicità per la nuova ammiraglia, ma neanche il più ottimista dei dirigenti può prevedere il successo e il significato della nuova auto. Prendendo in considerazione solo i numeri, la DS è stata prodotta in 1.456.115 esemplari, cifre incredibili considerato il periodo storico, dal 1955 al 1975, e il costo elevato della vettura. In quegli anni, in Europa, spopolano modelli economici e di dimensioni contenute come Fiat 500 e 600, Renault 4, Citroen 2CV, Maggiolone e MINI. Il trionfo dell’ammiraglia della Citroen va ben oltre i grandi numeri, ed è certificato dai libri e dai film che l’hanno vista recitare un ruolo da protagonista, ma soprattutto dalla stima che si è guadagnata nei confronti degli altri automobilisti, a partire dai più incalliti e integralisti amanti delle Alfa Romeo (modelli più lontani che mai dal concetto di auto rappresentato da Citroen), che hanno sempre riconosciuto e apprezzato le soluzioni innovative e di qualità della DS.

Auto divenute icona: Citroen DS

Dalle sospensioni ai fari, le novità della DS

Come detto, l’icona francese ha apportato una serie di soluzioni geniali e all’avanguardia, alcune delle quali utilizzate anche nelle auto attuali. Il comfort della DS raggiunge livelli altissimi grazie anche alle sospensioni idropneumatiche che, utilizzando un circuito a olio in pressione, sono capaci di assorbire qualsiasi buca e irregolarità della strada, isolando l’abitacolo in una specie di bolla. Alle sospensioni di aggiungono i freni a disco anteriori di serie a partire già dal 1955, il servofreno e il servosterzo; soluzioni tolte negli anni successivi, su alcuni modelli, con lo scopo di contenere il prezzo e di conquistare nuovi acquirenti. Menzione speciale per i fari orientabili, disponibili dal 1968, insieme all’esordio dei proiettori carenati. Sfruttando un collegamento meccanico fra volante e luci, i gruppi ottici sono in grado di illuminare il centro della curva, rendendo molto più agevole la guida.

Tutte le evoluzioni del mito

Nei gloriosi 20 anni di carriera, la Citroen DS ha visto varie evoluzioni e modelli. Si parte con la DS19, dotata di motore da 1,9 litri di cilindrata, quattro cilindri e 75 CV di potenza massima, aumentati a 83 nel 1961. Il 1965 porta una svolta per quanto riguarda la motorizzazione: esordisce la DS21, spinta da un 2.175cc da 109 CV; invece la DS19 sostituisce il vecchio 1.9 con il più moderno 2.0 da 90 CV. Nel 1968 è tempo di saluti per la DS19, che lascia il posto alla DS20, equipaggiata con motore 2.0 litri, potenziato fino a 103 CV. Nello stesso anno anche la DS21 diventa più performante, con il propulsore che arriva a 115 CV; mentre l’anno successivo entra in scena la DS21 I.E. da 139 CV, la prima vettura francese con l’iniezione elettronica (Bosch). L’ultima evoluzione è la DS23, con motore da 2,3 litri di cilindrata e 124 CV nella versione a carburatori e 141 CV in quella a iniezione.

Auto divenute icona: Citroen DS 1

Cabriolet e station-wagon per completare la gamma

In Italia la Citroen DS viene identificata come lo “squalo”, la berlina dal muso largo e maestoso e la coda sfuggente, ma la gamma completa comprende anche altre carrozzerie. Al Salone di Parigi del 1960, irrompe la DS19 cabriolet, opera del designer francese Henri Chapron: un progetto dedicato con 76 combinazioni di tinte, 13 colori di carrozzeria e 11 per i sedili, che va oltre il consueto adattamento del modello standard. Alla versione convertibile bisogna aggiungere anche la station-wagon, o Break come la chiama Citroen, una soluzione che darà origine anche alle ambulanze, specialmente in Francia.

Pneumatici sostenibili: un nuovo logo per identificare quelli “green”

Pneumatici sostenibili: un nuovo logo per identificare quelli "green" 1

Rendere una vettura sostenibile nell’intero ciclo produttivo è uno degli obiettivi dell’industria automotive e, per raggiungerlo l’elettrificazione a vari livelli dei powertrain da sola non può essere sufficiente. Per questo, già da tempo, i costruttori e le imprese che forniscono componenti per le auto, hanno iniziato a usare materiali di origine vegetale o riciclati, per la realizzazione dei nuovi veicoli. La novità più recente a tal proposito è il debutto di un inedito logo che caratterizza gli pneumatici costruiti impiegando come minimo il 50% di materiali riciclati.

Il ruolo fondamentale degli pneumatici nella riduzione delle emissioni è risaputo da tempo: la loro struttura e le caratteristiche tecniche incidono sul consumo di carburante o di energia (nel caso di auto elettriche) di una vettura e, ovviamente, anche la loro usura nel corso degli anni pesa sulle emissioni. Alla luce di questi processi, è facile intuire che avere gomme realizzate con materie a basso impatto ambientale possa contribuire a ridurre le emissioni dannose delle auto.

Pneumatici sostenibili: un nuovo logo per identificare quelli "green"

Si comincia con Pirelli

Il nuovo logo, caratterizzato da due frecce posizionate dentro un cerchio, è stato applicato per la prima volta in assoluto su P Zero E, la nuova linea di pneumatici lanciata da Pirelli, che contengono più del 55% di materiali di origine naturale e riciclati. Il logo, che certifica l’origine delle materie, acquisirà ancora maggiore importanza grazie all’approvazione anche di enti terzi, delle percentuali di materiali eco-compatibili all’interno della mescola.

Il nuovo pneumatico di Pirelli, pensato per coniugare la sostenibilità con le prestazioni elevate, fa parte della strategia adottata già da anni dal brand italiano, che entro il 2030 vuole produrre gomme formate al 60% da materiali di origine naturale e al 12% da elementi riciclati, con meno del 30% delle materie di origine fossile. Inoltre, gli studi condotti da Pirelli sul ciclo di vita di P Zero E hanno messo in risalto un abbassamento del 24% di emissioni di CO2 equivalenti rispetto a un pneumatico Pirelli di generazione precedente.

Amico dell’ambiente e delle alte prestazioni

Il basso impatto ambientale dei nuovi pneumatici non deve distogliere le attenzioni da quello che è sempre stato il marchio di fabbrica dell’azienda italiana: le elevate prestazioni. Gli esperti di Pirelli hanno portato avanti un lungo e minuzioso lavoro di ricerca e sviluppo per coniugare questi due aspetti fondamentali. Gli studi hanno portato all’individuazione e all’impiego di materiali inediti, come la lignina che deriva dagli scarti dell’industria della cellulosa e della carta e favorisce la durata dello pneumatico e la relativa riduzione della resistenza al rotolamento. Accanto alla lignina è stata individuata anche la lolla di riso, ottenuta dagli avanzi della coltivazione del riso: questo elemento è usato nelle mescole del battistrada per riuscire ad avere prestazioni elevate sul bagnato. La lista prosegue con bio-resine, gomma naturale, polimeri bio-circolari e rayon, che ha la funzione di rinforzo tessile dello pneumatico con fibre derivate dalla cellulosa.

Hyundai i20: acquisto o finanziamento?

Hyundai i20: prezzo, dimensioni e prova su strada 1

Piccola, ma con tanto carattere. La Hyundai i20 ha le carte in regola per ricoprire un ruolo da protagonista all’interno del segmento B. La terza generazione presenta notevoli cambiamenti per la piccola coreana, che ora offre molta più qualità rispetto a prima. Il recente restyling vede migliorie per quanto riguarda sicurezza e tecnologia, mentre le linee sono più sportive, con nuovi cerchi in lega da 16 e 17” e paraurti ridisegnati che accentuano lo stile dinamico. Aumenta la tecnologia, grazie alla connettività 4G con eCall di seconda generazione e gli aggiornamenti over-the-air delle mappe di navigazione; la sicurezza, invece, compie un passo in avanti con l’implementazione del pacchetto di sistemi di assistenza alla guida Hyundai Smart Sense. Il Forward Collision-Avoidance Assist ora è in grado di riconoscere anche i ciclisti; mentre, su richiesta, è possibile avere il Rear Cross-traffic Collision Assist, il Blind-spot Collision-avoidance Assist e lo Smart Cruise Control, che si avvale delle mappe di navigazione per regolare automaticamente la velocità di crociera.

La Hyundai i20 è lunga poco più di 4 metri, larga 1,77 e alta 1,45, con un passo di 2,58 metri. Il bagagliaio ha una capacità di carico di 352 litri, che salgono a 1.165 abbattendo il divanetto posteriore. La compatta coreana è disponibili in tre allestimenti: Connectline, l’accesso alla gamma ma con tanti contenuti digitali; Bose, ricco di contenuti soprattutto per quanto riguarda l’infotainment e, per finire, N Line, il top di gamma dallo stile sportiveggiante.

Hyundai i20: prezzo, dimensioni e prova su strada 4

Design moderno con tanta sicurezza

Con la terza generazione, la Hyundai i20 si fa più moderna, segnando un taglio netto rispetto al passato. Nella parte anteriore spiccano la grande mascherina esagonale a nido d’ape e i fari sottili e spigolosi; mentre nella parte bassa del paraurti risaltano le nuove prese d’aria triangolari che comprendono i fendinebbia. Le linee spigolose trovano conferma anche nel posteriore, caratterizzato dai gruppi ottici a led a forma di zeta uniti da una fascia luminosa.

Nell’abitacolo troviamo materiali di buona qualità e la plancia divisa in più livelli che comprende anche le bocchette dell’aria condizionata. Lo schermo dell’infotainment, da 8” o 10,25”, con connettività Apple CarPlay e Android Auto, si piazza al centro della stessa plancia; mentre la dotazione di sistemi di assistenza alla guida è ricca per la categoria e offre anti collisione frontale, abbaglianti automatici, mantenimento corsia, riconoscimento limiti velocità e rilevamento stanchezza conducente.

Hyundai i20: prezzo, dimensioni e prova su strada 2

Motorizzazioni e consumi

Il marchio coreano opta solo per motori benzina, che possono essere abbinati a impianti mild-hybrid o GPL. Si parte dal propulsore benzina a quattro cilindri da 1,2 litri da 84 CV, per passare al 1,0 litri 3 cilindri, proposto in una versione da 100 CV e in due varianti mild-hybrid con impianto a 48 V, da 100 CV e da 120 CV. Le ultime due versioni possono essere abbinate anche al cambio automatico doppia frizione 7Dct. A questi si aggiunge il GPL, con il motore 1,2 litri 4 cilindri da 82 CV e, per concludere, c’è la versione ad alte prestazioni, la i20 N, dotata del motore della famiglia “Gamma” GDi turbo da 1,6 litri abbinato a un cambio manuale a 6 marce, in grado di erogare 204 CV e 275 Nm di coppia.

La Hyundai i20 ha consumi contenuti. La versione 1,2 litri da 84 CV, su ciclo combinato WLTP, dichiara 5,2-5,6 litri per 100 chilometri. Numeri che si abbassano a 5,0-5,6 litri ogni 100 km con i motori mild-hybrid, anche per quello da 120 CV. Non è da meno il modello GPL, che consuma 5,1-5,6 litri di benzina e 6,6-6,9 litri di GPL ogni 100 km.

Hyundai i20: prezzo, dimensioni e prova su strada 3

Hyundai i20 1.2 84CV Connectline a 17.450 euro

È possibile acquistare la compatta coreana con una interessante promozione. La Hyundai 1.2 84CV in allestimento Connectline ha un prezzo di listino di 19.400 euro, ma la casa coreana offre una serie di sconti: 1.250 euro in caso di adesione a Hyundai Promo Finanziaria, 500 euro di Stock Promo e 800 euro di voucher permuta o rottamazione, per un vantaggio totale a favore del cliente di 2.550 euro grazie al contributo di Hyundai Italia e delle Concessionarie aderenti. In virtù di queste iniziative, il costo della Hyundai i20 passa da 19.400 euro a 16.850 con il finanziamento Super Hyundai Plus o 17.450 euro senza finanziamento.

Chi sceglie di comprare la compatta coreana con il finanziamento Super Hyundai Plus, deve versare un anticipo di 4.280 euro a cui faranno seguito 36 rate da 119 euro (TAN 3,95% TAEG 5,83%); mentre la maxi rata finale, che è anche il Valore Futuro Garantito, sarà pari a 10.088 euro. Il limite massimo di km è fissato in 15.000 km e, in caso di restituzione o sostituzione della vettura, sarà applicato un costo di 0,10 euro per ogni km in più percorso. Nell’offerta non vengono indicati servizi aggiuntivi, ma va ricordato che la casa coreana offre garanzia a 5 anni e chilometri illimitati su tutta la propria gamma.

Hyundai e Kia pensano a un sistema di compensazione dell’energia

Hyundai Kona elettrica: prezzo, dimensioni e caratteristiche

La strada che conduce alla neutralità carbonica, così come deciso dalla politica, è tutta in salita e riguarda tutte le fasi e gli aspetti del ciclo produttivo e del successivo utilizzo dei veicoli. Le case automobilistiche, oltre a dover impiegare sempre più materiali sostenibili ottenuti a loro volta attraverso processi “puliti”, devono stare attente anche al consumo energetico e alle fonti (rinnovabili) dalle quali deriva tale energia.

Oggi è possibile controllare anche l’energia utilizzata dalle auto elettriche e ibride che effettuano la ricarica mediante le reti pubbliche, stando attenti che sia sostenibile. Questo si concretizza attraverso la restituzione di una quantità di energia equivalente di provenienza certificata, soluzione già adottata dai costruttori coreani Hyundai e Kia.

Hyundai Kona: prezzo, dimensioni e prova su strada 59

Lo scambio di energia

Hyundai e Kia riescono ad aumentare la propria sostenibilità anche dopo aver venduto le automobili elettriche e ibride plug-in mediante l’acquisto di quote di energia certificata derivante da centrali idroelettriche, pale eoliche e impianti fotovoltaici, che viene introdotta nella rete pubblica per una quantità equivalente a quella usata dalle proprie automobili ricaricate attraverso le colonnine. Il progetto è stato realizzato grazie all’accordo con il fornitore dei servizi di ricarica Digital Charging Solutions (DCS) e all’utilizzo delle app Kia Charge e Charge myHyundai, che sono in grado di conteggiare l’esatta quantità di energia assorbita dalla singola vettura ricarica per ricarica, ma rispettando la privacy e i dati degli automobilisti. Le due app forniscono ai rispettivi costruttori il consumo energetico esatto e, di conseguenza, la quantità di energia “pulita” che dovranno acquistare per poter bilanciare le emissioni.

Hyundai e Kia comprano quote di energia sostenibile coperta dalla “Garanzia d’origine” da inserire nella rete pubblica per un quantitativo equivalente al consumo finale dei propri veicoli. In pratica è come se le vetture si ricaricassero con elettricità “pulita”, abbassando le emissioni passive nel proprio ciclo di vita e facendo guadagnare alle due case automobilistiche punti importanti per ridurre l’impronta carbonica.

Il prossimo obiettivo è una grande rete di energia sostenibile

L’accordo con DCS rappresenta solo il primo passo per raggiungere la totale decarbonizzazione e dà una mano a far aumentare la quantità di energia verde nella rete pubblica, in attesa dei prossimi sviluppi che dovranno portare alla copertura del fabbisogno totale, almeno per i trasporti, con elettricità sostenibile e certificata. Non a caso Hyundai e Kia hanno in mente di creare una grande rete globalizzata di ricarica in grado di interagire con i fornitori di energia, in modo da essere certi che tutti i kW delle ricariche delle auto elettriche siano “puliti” e di origine certificata.

Lamborghini pensa all’ambiente

Lamborghini Revuelto: prezzo, dimensioni e caratteristiche 2

Lamborghini corre veloce verso un futuro a impatto zero investendo forte su economia circolare, energie rinnovabili, risparmio di emissioni e vari progetti a favore dell’ambiente, che si vanno ad affiancare all’elettrificazione della gamma e all’arrivo del primo bolide 100% elettrico, previsto per il 2028. L’obiettivo è quello comune a tutte le aziende: raggiungere la neutralità carbonica da qui al 2050.

Il marchio emiliano è tra i costruttori che hanno abbracciato con più convinzione il nuovo corso, inaugurato già a partire dal 2009, con una serie di iniziative a favore dell’ambiente, che vanno dalla costruzione di un parco di querce in grado di assorbire tonnellate di CO2, alla produzione di energia elettrica “pulita”. Questo impegno non ha tardato a dare i propri frutti: nel 2015 la fabbrica di Sant’Agata Bolognese, che occupa un’area di più di 160.000 mq, ha ottenuto la certificazione “CO2 neutral”; mentre Lamborghini è stata premiata per due anni di fila, il 2021 e 2022, con il Green Star Award. Il riconoscimento viene assegnato ogni anno da ITQF, il German Institute for Quality and Finance, in collaborazione con IMWF, Institute for Management and Economic Research di Amburgo, alle aziende che producono secondo la “green economy”, ovvero limitando il più possibile l’impatto sulle persone e sull’ambiente.

Lamborghini pensa all'ambiente 1

In prima linea per le energie rinnovabili

Uno dei primi segni della nuova politica adottata da Lamborghini è la realizzazione, nel 2010, del più grande impianto fotovoltaico dell’intera Emilia-Romagna: si estende su una superficie di oltre 14.600 mq e ha una potenza di 2,2 MW che gli permette di produrre 2,5 milioni kWh di energia elettrica all’anno, un quantitativo necessario per fornire energia a circa 530 appartamenti da 100 mq l’uno, e che permette di abbassare le emissioni di CO2 di 2.000 tonnellate all’anno.

L’impegno della casa automobilistica nelle energie rinnovabili comprende anche un impianto di teleriscaldamento a Nonantola (in provincia di Modena), alimentato a biogas, che garantisce acqua calda a 85°C. L’acqua raggiunge la fabbrica di Sant’Agata Bolognese per mezzo di tubazioni sotterranee e viene impiegata per riscaldare e climatizzare gli uffici e i reparti di produzione.

Un parco di querce per contenere le emissioni di CO2

La casa automobilistica, in collaborazione con le università di Bologna, Bolzano e Monaco di Baviera, ha creato il Parco Lamborghini, con lo scopo di bilanciare le emissioni di CO2 rilasciate durante l’intero processo produttivo. L’area verde, che accoglie circa 10.000 querce, è nata nel 2011 all’interno del territorio comunale di Sant’Agata Bolognese e, stando ai dati raccolti da studi e ricerche degli anni successivi, fino a oggi ha assorbito più di 330 tonnellate di CO2.

Nel 2016 Lamborghini ha inaugurato, all’interno del parco, un’attività di biomonitoraggio ambientale collocando un apiario composto da tredici arnie che ospitano oltre 600.000 api. Tre arnie sono dedicate alla produzione di 430 chili di miele, che viene regalato a Natale a tutti i dipendenti.

Lamborghini pensa all'ambiente

Il ruolo centrale del riciclo

L’economia circolare e la seconda vita dei materiali, che altrimenti dovrebbero essere smaltiti, sono di fondamentale importanza per salvaguardare l’ambiente e contenere l’inquinamento: Lamborghini si dimostra virtuosa anche in questo campo, con il riciclo del 56% dei rifiuti speciali prodotti in un anno. La pelle che non passa i controlli di qualità trova una nuova vita nella Cooperativa Cartiera di Marzabotto, che la impiega per produrre prodotti di pelletteria; stesso percorso per la fibra di carbonio che viene usata per la creazione di gadget come portachiavi o viene data all’Istituto Experis Academy che, a sua volta, la utilizza a fini didattici per formare nuovi tecnici.

Auto divenute icona: Skoda Octavia

Skoda Octavia: prezzi, dimensioni e caratteristiche 6

La Skoda Octavia è molto più di una vettura dal grande successo commerciale. La berlina rappresenta l’auto della svolta per il marchio ceco ed è il primo modello creato da zero dopo l’acquisizione di Skoda da parte di Volkswagen: grazie a lei la casa automobilistica di Mlada Boleslav ha iniziato il processo di riposizionamento fra i marchi “nobili”, con vetture eleganti, di qualità e allo stesso tempo pratiche. A 27 anni dall’esordio (25 per la versione station-wagon) la Octavia è giunta alla quarta generazione e resta il modello più apprezzato e venduto del brand nei vari mercati di tutto il mondo.

Alla base della nascita di Octavia ci sono la necessità e la decisione del gruppo Volkswagen di rilanciare Skoda puntando su più qualità, dimensioni maggiori e comfort più alto, prendendo le distanze dai modelli maggiormente economici come Felicia e Favorit. Alla Octavia spetta anche un altro primato: è lei a inaugurare il nuovo stabilimento di Mlada Boleslav, che presenta per la prima volta il sistema di assemblaggio modulare più efficiente, la gestione dei componenti just-in-time e un nuovo reparto per la verniciatura. La nuova fabbrica è in grado di produrre 350.000 veicoli all’anno già a partire dal 1997.

Auto divenute icona: Skoda Octavia 1

L’esordio nel 1996 con un nome noto

La Skoda Octavia è sviluppata sulla stessa piattaforma della Volkswagen Golf di quarta generazione, viene presentata alla fine del 1996 e lanciata sul mercato all’inizio dell’anno successivo. Il nome lo eredita da una berlina prodotta per i mercati dell’Europa dell’Est dal 1959 al 1971, venduta in quasi 300.000 esemplari e capace di conquistare la vittoria di classe nel Rally di Monte Carlo dal 1961 al 1963 e alla 4.000 miglia Montreal-Vancouver del 1962.

La berlina prodotta nella seconda metà degli anni ’90 è lunga 4,5 metri e ha un passo di 2,51 metri, lo stesso di Golf, Audi A3 e Jetta: è una “due volumi e mezzo” a cinque porte, dotata di ampio portellone e bagagliaio da 528 litri. La gamma motori al momento del debutto è composta da due motori a benzina a quattro cilindri, il 1.6 da 75 CV e il 1.8 da 125 CV e uno dei primi 1.9 TDI con pompa iniettore da 90 CV. Dopo poco, tra i propulsori a benzina viene aggiunto anche il 1.8 20 V turbo da 150 CV; mentre nel 2001, quando la Octavia si è già messa in luce nei rally, viene prodotta la versione RS, con motore 1.8 turbo da 180 CV; il propulsore turbodiesel, invece, si arricchisce con le versioni da 100, 110 e 130 CV.

Auto divenute icona: Skoda Octavia

Due anni dopo arriva la station-wagon

Nel 1998 è la volta della versione familiare, chiamata Combi o Wagon a seconda dei mercati. Questa versione è fondamentale per l’affermazione della Octavia, molto probabilmente grazie all’ampia capacità di carico (il bagagliaio supera i 600 litri) in relazione agli ingombri esterni, alle prestazioni e ai consumi. Date le vendite, parte la produzione anche in Polonia, Ucraina, India e Kazakistan che, in alcuni casi, continua anche dopo il lancio della seconda generazione, avvenuto nel 2006. La produzione della prima generazione termina completamente nel novembre 2010, con numeri incredibili: oltre un milione e mezzo di unità vendute, record assoluto in casa Skoda. Le vendite sono ripartite in questo modo: 973.000 berline e oltre 472.000 station-wagon.

8-Skoda Octavia Metano

Il successo continua con le generazioni successive

Le generazioni seguenti confermano l’apprezzamento da parte degli automobilisti e il conseguente successo commerciale: pur con aggiornamenti e modifiche per restare al passo con i tempi, la Octavia rimane fedele alla filosofia originaria. Negli anni la gamma viene arricchita con la Scout, versione 4×4 con assetto rialzato; mentre le dimensioni crescono fino a raggiungere i 4,7 metri dell’attuale quarta generazione, presentata nel 2019.

I tempi cambiano, i gusti degli automobilisti anche, ma i numeri parlano chiaro: l’offerta della casa ceca si è arricchita con utilitarie, compatte e suv, però la Skoda più venduta nel 2022 è stata la Octavia, con più di 140.000 esemplari.