Tesla apre ufficialmente i Supercharger agli altri marchi

Tesla: i Supercharger aprono anche alle auto elettriche di altri marchi 1

Tempo di cambiamenti in casa Tesla. Il marchio di Elon Musk ha aperto, in maniera ufficiale, le porte del proprio ecosistema digitale alle applicazioni di terze parti. L’azione si è concretizzata con la presentazione dell’intera documentazione necessaria per la Application Programming Interface (API), la realizzazione di un software in grado di permettere alle app delle altre case automobilistiche di poter interagire in maniera efficace con quello di Tesla.

Questo passo rappresenta una svolta per il brand statunitense che, fino a ora, aveva concesso soltanto ad alcuni software esterni l’opportunità di connettersi con il proprio, pur restando in una specie di zona grigia. Con la realizzazione della nuova API, Tesla allarga i propri orizzonti, offrendo a tutti la chance di gestire le flotte di auto e lasciando intravedere anche la possibilità di un’apertura completa di tutto il proprio ecosistema.

Tesla: i Supercharger aprono anche alle auto elettriche di altri marchi

La nuova era di Tesla

In realtà la casa automobilistica dell’eccentrico Elon Musk aveva già paventato l’ipotesi dell’apertura del proprio ecosistema agli altri, al punto che aveva anche annunciato la realizzazione di un kit per lo sviluppo del software per generare un pacchetto completo di app completamente compatibili con l’infotainment delle Tesla e gestibili dal display centrale delle auto. All’atto pratico, però, la casa americana non è mai andata oltre il rilascio di API non ufficiali per abilitare solo alcune funzioni essenziali per determinate applicazioni create da altri. Adesso il discorso cambia, grazie a un vero e proprio mirroring come Android Auto o Apple CarPlay. Inoltre, insieme alla presentazione dell’API, Tesla ha reso noto anche che a partire dal 2024 tutte le applicazioni di terze parti dovranno per forza rispettare tale software per poter essere in grado di interagire con le proprie vetture.

Sempre più aperture nei confronti degli altri

La transizione ecologia e il numero sempre maggiore di auto elettriche in circolazione, ha convinto i vertici della casa automobilistica americana a rivedere le proprie strategie e a mettere da parte la scelta di un sistema digitale chiuso. In uno scenario come quello attuale e guardando anche in ottica futura, quando ci saranno ancora più veicoli a batteria, il mercato può offrire nuove opportunità che Tesla non vuole lasciarsi sfuggire: per questo, già nei mesi scorsi, ha deciso di concedere la possibilità di ricaricare a pagamento le auto elettriche di altri marchi, che possono accedere a un numero sempre più consistente di Supercharger.

Hyundai pulisce il mare dalla plastica e pensa al riciclo

Hyundai pulisce il mare dalla plastica e pensa al riciclo

Uno dei tanti modi per abbassare le emissioni di CO2 è il recupero e riciclo della plastica abbandonata in mare: la sua trasformazione in materia prima da impiegare nelle auto di nuova produzione porta numerosi benefici, all’ambiente e anche alle stesse case automobilistiche. La filiera del riuso della plastica è diventata un nuovo business, data la mole impressionante di materiale recuperato in ciascuna campagna di raccolta dal fondo di mari e oceani. Al punto che, già da alcuni anni, marchi come Seat, Hyundai e Volvo usano il nylon ricavato dalla plastica riciclata per i tessuti e i rivestimenti delle nuove vetture e partecipano attivamente o sostengono in maniera diretta iniziative di recupero di rifiuti da spiagge e fondali marini.

Hyundai è la casa automobilistica maggiormente impegnata nelle campagne di recupero: nell’aprile di due anni fa ha dato il via alla collaborazione con la ONG Healthy Seas promuovendo un evento pilota che ha visto una squadra di volontari e sommozzatori coordinati da associazioni ambientaliste ripulire quattro spiagge e due fondali sull’isola greca di Itaca. Dalla partnership fra Hyundai e la ONG, nel corso del 2021, sono scaturite 11 campagne di recupero e pulizia in sette Paesi europei, con il coinvolgimento di più di 70 sommozzatori e decine di volontari: incredibili i numeri finali, con la raccolta di circa 78 tonnellate di reti da pesca e gabbie per granchi e aragoste, oltre a bottiglie di plastica, pneumatici e altri rifiuti sintetici e metallici presenti in mare.

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La seconda vita della plastica

Le reti da pesca, che tristemente abbondano nei fondali marini a ogni latitudine, rappresentano la risorsa più importante dalla quale si ricava il filato di nylon ecologico Econyl, un brevetto del colosso italiano Aquafil, che è anche tra i fondatori della ONG Healthy Seas. L’impresa nostrana ha anticipato i tempi ed è impegnata nell’economia circolare già a partire dal 1965, con la produzione di oggetti e indumenti ricavati da plastica riciclata.

L’Econyl ha esordito a bordo di una Hyundai due anni fa con i tappetini ecologici disponibili al lancio della Ioniq 5, apripista alla nuova famiglia di auto elettriche che hanno l’obiettivo della sostenibilità a 360° e per raggiungerla impiegano anche materiali meno impattanti per l’ambiente. Ai tappetini c’è da aggiungere la realizzazione dei rivestimenti dei sedili con lo stesso tessuto sia per la Ioniq 5 che per la Ioniq 6.

I benefici per l’ambiente e per l’industria

Impiegare materiali riciclati, sia di plastica che di altra natura, si ripercuote direttamente sull’ambiente e indirettamente anche sull’industria. Il loro recupero libera mari e oceani da rifiuti dannosi per la flora e la fauna: secondo le stime degli esperti, ogni anno circa 600.000 tonnellate di reti da pesca vengono disperse in acqua, uccidendo migliaia di pesci, tartarughe e mammiferi. In più l’impiego di materiali riciclati riduce anche le attività di estrazione delle materie prime nuove, concorrendo a semplificare la filiera e ad abbattere le emissioni, specialmente quelle di CO2, di tutta la catena produttiva.

Le campagne di sensibilizzazione e prevenzione

Prevenire e sensibilizzare sono altri due aspetti fondamentali della partnership fra le ONG e case automobilistiche come Hyundai, che non si limitano solo alle campagne di recupero dei rifiuti. Fra le iniziative spiccano le collaborazioni dirette con i pescatori per incentivare lo smaltimento a terra delle vecchie reti da pesca ed evitare in questo modo che vengano perse o gettate in mare; il loro coinvolgimento in prima persona nella pulizia delle coste durante i periodi di inattività e le campagne di educazione al rispetto dell’ambiente portate avanti nelle scuole.

Auto elettriche: l’estrazione del litio può essere green?

Auto elettriche: l'estrazione del litio può essere green?

L’obiettivo delle zero emissioni di CO2 entro il 2050, come previsto dall’accordo di Parigi sul clima, costringe le case automobilistiche a seguire processi produttivi via via più efficienti e a basso impatto ambientale. Nell’ultimo periodo stanno aumentando il ricorso alle energie rinnovabili, il riciclo di componenti e la produzione di veicoli sempre più ecologici. In questo scenario, l’approvvigionamento dei materiali impiegati per la costruzione delle nuove auto riveste un’importanza fondamentale, a partire dal litio, necessario per la produzione delle batterie in grado di alimentare le auto elettrificate e quelle elettriche che, come ha deciso la politica, saranno le uniche a essere messe in vendita a partire dal 2035.

In attesa dello sviluppo di nuovi tipi di batterie e alimentazioni a zero emissioni, il litio è sempre più richiesto e per questo costruttori automobilistici come Volkswagen e BMW hanno investito capitali e risorse sul prezioso elemento, al fine di trasformarne tutto il ciclo di vita, dall’estrazione all’impiego, e renderlo il più sostenibile ed efficiente possibile.

L’estrazione innovativa di BMW

Come detto, gli accordi sul clima hanno spinto le case automobilistiche a mettere efficienza e sostenibilità al centro della strategia produttiva e ad assicurare il massimo rispetto per ambiente e società in tutte le fasi dei processi di lavorazione e di approvvigionamento delle materie.

BMW ha fatto ricorso al proprio fondo BMW i Ventures per garantire un’estrazione del litio sempre più a basso impatto e ha stanziato notevoli somme in un processo inedito sviluppato dalla start-up statunitense Lilac Solutions. La nuova tecnologia si avvale dello scambio ionico per far diventare l’estrazione del litio dalle salamoie geotermiche (anche da quelle con un contenuto basso del metallo) più sostenibile, più efficiente e più conveniente dal punto di vista economico.

Auto elettriche: l'estrazione del litio può essere green? 1

Volkswagen e Mercedes alla ricerca di consensi in Cile

Il Gruppo Volkswagen e Mercedes-Benz non stanno a guardare: tre anni fa hanno dato il via a un piano congiunto in Cile (Responsible Lithium Partnership) sullo studio del rischio per la salvaguardia dei diritti umani e, successivamente, hanno intrapreso un altro progetto con BASF e Fairphone nel Salar de Atacama, sempre in Cile, con lo scopo di iniziare un dialogo diretto con i gruppi di interesse locali in una zona nella quale il consenso all’estrazione del litio è molto scarso.

L’anno scorso anche il gruppo BMW si è unito alla Responsible Lithium Partnership, il progetto dedicato alla gestione responsabile delle risorse naturali, che ha lo scopo di valutare e presentare soluzioni relative a tutta la catena di approvvigionamento del litio, contenendo l’impatto sull’ambiente e, al tempo stesso, salvaguardando la tutela dei diritti umani delle comunità locali.

Volvo XC40: acquisto o finanziamento?

Volvo XC40: prezzo, dimensioni e scheda tecnica

La Volvo XC40 è un suv compatto premium prodotto dalla casa svedese a partire dal 2017. È la prima vettura del marchio scandinavo basata sulla piattaforma CMA (pensata per massimizzare lo spazio interno) condivisa da altre Volvo compatte, da Geely e Lynk & Co. Le vendite e il gradimento degli automobilisti hanno premiato da subito la XC40 che, nel 2018, è stata eletta Auto dell’anno, non soltanto per il design, ma anche per le abbondanti dotazioni di sicurezza previste di serie, come da tradizione Volvo. Nel 2022 il suv più piccolo della gamma del costruttore svedese è stato oggetto di un lieve restyling di metà carriera, caratterizzato da nuovi fari e calandra anteriore; mentre a bordo le novità riguardano la dotazione multimediale e la strumentazione digitale. Spariscono i motori diesel e restano il benzina T2, i mild hybrid B3 e B4, le plug-in T4 e T5 Recharge e le versioni 100% elettriche. Gli allestimenti sono quattro: Essential, l’accesso alla gamma; Core, che presenta più tecnologia a bordo; Plus (Bright & Dark), con park assist e “clima” avanzato, in due varianti estetiche e, per finire, Ultimate (Bright & Dark), il top di gamma per quanto riguarda le dotazioni, disponibile sempre in due versioni estetiche.

Volvo XC40: prezzo, dimensioni e scheda tecnica 2

Spazio, comfort e tecnologia in soli 4,4 metri

La XC40 è lunga 4,4 metri, larga 1,86, alta 1,65 e ha un passo di 2,70 metri: le dimensioni compatte le permettono di districarsi bene sia in città che nel percorso extraurbano, senza sacrificare la capacità del bagagliaio che parte da 452 litri. Gli interni sono moderni: la plancia è essenziale, con il cruscotto digitale e il display centrale da 9 pollici che controlla il nuovo sistema multimediale Android Automotive, con app come Google Maps e Google Assistant, in grado di gestire anche temperatura di bordo, meteo e impegni in agenda tramite comandi vocali.

Non mancano gli spazi, a partire dall’ampio cassetto situato di fronte al posto del passeggero; mentre i sedili posteriori possono contare su un bracciolo estraibile che contiene due porta bicchieri e che permette l’accesso al vano bagagliaio, con uno sportellino della medesima dimensione. Ricca la dotazione di dispositivi di sicurezza e assistenza alla guida, tra cui Volvo CarsPilot Assist, City Safety, Run-off Road per la protezione dei passeggeri e la riduzione delle conseguenze in caso di uscita dalla carreggiata, Cross TrafficAlert con supporto alla frenata e la telecamera a 360° per semplificare le manovre di parcheggio.

Per quanto riguarda l’estetica, la XC40 è caratterizzata da linee nette, armoniche e moderne: il restyling ha modificato la parte frontale, che ora presenta grandi fari a led con una linea spezzata in diagonale nella parte bassa. Nuovo design anche per il paraurti; la mascherina con il logo Volvo, invece, non ha subito modifiche. La fiancata vede i passaruota generosi messi in risalto dalle protezioni in plastica; mentre il posteriore è rimasto invariato.

Volvo XC40: prezzo, dimensioni e scheda tecnica 9

Motorizzazioni e consumi

Come detto, il restyling ha segnato l’uscita di scena dei propulsori diesel, lasciando spazio alle versioni benzina, benzina mild-hybrid, benzina plug-in e full electric. Il motore a benzina T2 è un tre cilindri da 1,5 litri e 129 CV di potenza; la mild-hybrid a benzina abbina il quattro cilindri da due litri da 163 CV sulla B3, o 197 CV sulla B4, e i 14 CV (10 kW) del motore elettrico. Per queste due motorizzazioni c’è solo il cambio automatico a otto rapporti, mentre la B4 è disponibile solo a trazione integrale. Le versioni T4 e T5 sono ibride plug-in, alimentate dal motore benzina tre cilindri da 1,5 litri da 129 CV (T4) o 180 CV (T5), abbinato su entrambe le versioni al motore elettrico da 82 CV(60 kW) alimentato da una batteria ricaricabile agli ioni di litio da 10,7 kWh. Sia T4 che T5 sono disponibili solo con cambio automatico a sette rapporti e trazione anteriore. Infine le versioni 100% elettriche: la Single Motor da 238 CV a trazione posteriore che promette 476 km di autonomia, la Single Motor Extended Range da 253 CV e 573 km di autonomia e la Twin Motor da 408 CV a trazione integrale, che assicura 536 km di autonomia.

Il motore benzina nella versione T2 consuma 7,2 litri ogni 100 km con 164 grammi di emissioni di CO2. Il mild-hybrid a benzina B3 e B4 ha bisogno da 7,0 a 7,3 litri ogni 100 km e rilascia dai 161 ai 168 g/km di CO2. Molto più risparmiose le versioni ibride plug-in T4 Recharge e T5 Recharge: 2,3 litri ogni 100 km e 44 grammi di CO2, con un’autonomia in elettrico di 43 km. Per quanto riguarda le versioni elettriche, la Single Motor consuma 16.7 kWh/100 km; la Single Motor Extended Range 16.6 kWh/100 km e la Twin Motor 17.6 kWh/100 km.

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Volvo XC40 T2 Automatica Essential a 29.900 euro

Il marchio scandinavo propone, anche per il mese di ottobre, le vetture della propria gamma con varie formule di finanziamento, tra cui il leasing per privati, ma che è disponibile anche per le imprese. La Volvo XC40 T2 Automatica con allestimento Essential ha un prezzo di listino 37.400 euro, che scende a 29.900 con il contributo delle concessionarie aderenti: questa offerta è valida per vetture in disponibilità dei concessionari ufficiali. Alla sottoscrizione del contratto, si deve corrispondere l’anticipo di 10.736 euro; mentre le 35 rate mensili da versare ammontano a 197 euro l’una (TAN 5,99%, TAEG 8,61%). La maxi-rata finale, per chi volesse riscattare il suv è di 15.848 euro; il limite massimo di km è fissato in 60.000, da non superare in caso di restituzione della vettura. L’offerta è valida anche in caso di permuta, che può coprire i costi di anticipo.

Auto divenute icona: Lancia Delta

Auto divenute icona: Lancia Delta

La Lancia Delta è un mito, una leggenda. È l’ultimo modello dell’azienda torinese che è riuscito nell’impresa di entrare nel cuore degli appassionati, non solo di Lancia. La Delta ha avuto varie vite: si parte dalla prima nel 1911, per arrivare all’ultima versione lanciata nel 2008, passando per la seconda serie venduta dal 1993; ma il mito e la leggenda riguardano solo ed esclusivamente la versione prodotta dal 1979 fino al 1993. Un’auto capace di conquistare sei mondiali rally Costruttori e quattro Piloti fra il 1987 e il 1992. Numeri incredibili, al punto che le generazioni successive non hanno saputo raccogliere l’eredità, sia per il minor fascino del modello stradale, sia per la mancanza della spinta data dai trionfi sportivi.

Le vittorie nei rally delle mitiche Delta Integrale 8 e 16 valvole ed Evoluzione sono fondamentali per l’immagine della vettura, ma da sole non possono essere sufficienti a convincere più di 500.000 automobilisti a scegliere la compatta torinese: uno dei segreti del successo commerciale è il design firmato dal grandissimo Giorgetto Giugiaro, che pochi anni prima aveva “partorito” un altro modello iconico come la Volkswagen Golf. C’è anche un altro fattore che contribuisce a rendere così amata la Delta prodotta dal 1979: rispetto ad altre auto che hanno trionfato nei rally, come la Lancia Stratos e la Lancia 037, nasce come una comune berlina compatta stradale e proprio l’origine popolare ha aiutato ad avvicinarla al pubblico, letteralmente conquistato dai successi nei rally e, successivamente, dalle versioni sportive stradali della Delta.

Motori collaudati e rifiniture tipiche delle Lancia

La Delta che esordisce nel 1979 ha la base meccanica che Fiat usa già da metà anni ’70, con motore anteriore trasversale, trazione anteriore e avantreno McPherson. I propulsori 1.300 da 75 CV e 1.500 da 85 CV sono gli stessi della Fiat Ritmo, ma aggiornati in alcuni dettagli e potenziati leggermente. All’interno dell’abitacolo viene confermato lo stile Lancia, anche se con forme e colori a volte azzardati, come il velluto grigio-bianco o marrone-avorio quadrettato di pannelli, sedili e cielo dell’auto. La plancia è un tripudio della tecnologia tipica di quel periodo, messa in evidenza da vari tasti e luci che colorano l’abitacolo.

Auto divenute icona: Lancia Delta 1

Nel 1985 arriva il “mostro” Delta S4

La S4 è il sogno proibito di milioni di automobilisti, anche se della Delta ha soltanto il nome e poco più: viene prodotta in soli 200 esemplari al fine di ricevere l’omologazione per poter gareggiare nei rally mondiali. Il motore, piazzato nella parte posteriore, è in grado di tirare fuori 250 CV in versione stradale e fino a più di 600 in quella da gara, da una cilindrata di 1,8 litri; merito di un compressore volumetrico e una turbina che lavorano in sequenza. La trazione integrale sfrutta al massimo questa potenza, al punto che le vetture di Gruppo B sono praticamente indomabili e troppo pericolose e vengono escluse dal regolamento.

Auto divenute icona: Lancia Delta 2

L’anno successivo è la volta della Delta integrale

Una versione a trazione integrale permanente con motori turbo è nei progetti della Lancia fin dal 1981 e trova sbocco nel 1986 con la nascita della Delta HF 4WD. La nuova vettura è spinta dallo stesso 2.0 turbo da 165 CV della Lancia Thema e della Fiat Croma Turbo i.e., mentre la trazione sulle quattro ruote motrici è controllata da un giunto viscoso centrale e da un differenziale autobloccante Torsen al retrotreno.

Lo sviluppo non si ferma qua e nel 1987 la 4WD viene sostituita da una versione che rispetta le nuove norme del Mondiale, con carreggiate allargate e il motore potenziato fino a 185 CV. Nel 1991 è la volta della Delta Evoluzione, chiamata affettuosamente Deltona dagli appassionati, che sarà prodotta fino al 1995 grazie anche a versioni speciali come la Martini Racing: il motore arriva subito a 210 CV; mentre nel 1993 i passaruota diventano ancora più larghi.

Auto divenute icona: Lancia Delta 3

Nel 1993 inizia il declino con la seconda generazione

La nuova Delta è sviluppata sulla base meccanica della Fiat Tipo, è sempre una compatta a due volumi, ma non riesce minimamente a ripetere il successo della prima generazione. A promuovere la nuova auto non ci sono più i trionfi nelle corse e manca anche una versione stradale sportiva in grado di accendere i cuori degli appassionati, come il modello precedente: la HF a trazione anteriore da 186 CV, diventati poco dopo 193, non ha niente in comune con la Delta Integrale ed Evoluzione. La seconda generazione esce mestamente dai listini nel 2000, senza essere rimpiazzata, con meno di 150.000 unità prodotte.

Lancia Delta
Lancia Delta

Con la terza generazione cala il sipario sulla Delta

Dal 1999 la Lancia non ha vetture nel segmento C e decide di porre rimedio a questa situazione nel 2008 con la terza generazione della Delta, che viene sviluppata sulla base meccanica della Bravo, con distanza allungata fra le ruote. Ha un design al passo coi tempi e garantisce una buona abitabilità: secondo i vertici aziendali sarebbe dovuta essere l’auto del rilancio, ma nella realtà dei fatti vende poco in Italia e pochissimo nel resto d’Europa, penalizzata dalle concorrenti giapponesi e tedesche più che da demeriti propri.

MINI riforesta l’Inghilterra per abbattere le CO2

MINI riforesta l'Inghilterra per abbattere le CO2 2

Le vie che portano alle zero emissioni non saranno infinite, ma di certo sono molteplici e molto differenti fra loro. E le case automobilistiche le stanno percorrendo tutte, nella speranza di centrare l’obiettivo il prima possibile e, cosa che non fa mai male, costruirsi agli occhi delle masse un’immagine di azienda “pulita” e amica dell’ambiente. Per questo motivo, accanto alle tante soluzioni adottate per ridurre l’inquinamento, si stanno moltiplicando le iniziative in favore dell’ambiente, della riforestazione e del ripopolamento della fauna; in molti casi direttamente all’interno dell’area degli stabilimenti automobilistici.

Progetti nati per compensare le emissioni di CO2 e che, contemporaneamente, restituiscono quello che è stato tolto alla natura per portare avanti i processi industriali. Da inizio secolo, in varie parti del mondo, la riforestazione ha preso sempre più piede: MINI, il marchio che fa parte del gruppo BMW, ha cominciato dal proprio sito a Swindon.

MINI riforesta l'Inghilterra per abbattere le CO2 1

“MINI” foresta, grande efficienza

Lo storico marchio inglese ha abbracciato il progetto “Tiny Forest”, che vuol dire piccola foresta, per ottimizzare al massimo ogni singolo metro quadrato al fine di facilitare il ritorno della biodiversità. L’iniziativa è stata portata avanti grazie alla collaborazione con l’associazione ambientalista no-profit Earthwatch Europe: nella fabbrica inglese di Swindon sono stati piantati, a distanza ravvicinata, circa 600 alberi di specie autoctone, distribuiti su un’area delle stesse dimensioni di un campo da tennis. Gli alberi non sono stati sottoposti a nessun intervento: questa scelta ha permesso alla piccola foresta di avere un tasso di crescita dieci volte più alto, di registrare una densità di piante aumentata del 30% e una capacità di assorbire la CO2 potenziata del 30%.

Non solo, la foresta voluta da MINI rappresenta anche un micro-ecosistema, ideale per portare avanti studi specifici sull’assorbimento dell’anidride carbonica con lo scopo di poter riprodurre iniziative simili in spazi più grandi; esempio già messo in pratica da altre case automobilistiche. Toyota ha avviato piani di riforestazione in luoghi da salvaguardare come la foresta tailandese, andando ben oltre oltre i confini delle proprie fabbriche.

MINI riforesta l'Inghilterra per abbattere le CO2

I progetti delle altre case automobilistiche

MINI e Toyota non sono gli unici due marchi attenti all’ambiente: Hyundai e Volkswagen hanno realizzato vere e proprie riserve naturali a Ulsan e Zwickau, sedi dei loro stabilimenti più grandi. Il progetto più ambizioso, però, nasce nello Stato di Pernambuco, in Brasile, che ospita il nuovissimo mega-impianto di produzione della Jeep. All’interno dell’enorme sito produttivo è presente un’area di 1,8 milioni di metri quadri dedicata alla riforestazione, che si aggiunge al piano di ripristino dell’ambiente naturale che negli anni è stato compromesso da una feroce politica agricola che ha sacrificato grandi aree per la coltivazione della canna da zucchero. Per dare alcuni numeri, nello stabilimento Jeep sono stati piantati 55.000 alberi e realizzate aiuole per un totale di più di 500.000 metri quadri.

Mazda CX-60: acquisto o finanziamento?

Mazda CX-60: prezzo, dimensioni e caratteristiche

Con la CX-60, Mazda punta direttamente a fare concorrenza ai marchi premium europei. Il nuovo crossover suv, sviluppato sull’inedita piattaforma modulare Skyactiv, viene prodotto dal 2022 e rappresenta un punto di svolta per la casa giapponese: è la prima auto Mazda a trazione integrale con layout a motore longitudinale, la prima dotata di motore a sei cilindri in linea e la prima disponibile in versione ibrida plug-in. La nuova piattaforma porta in dote alla CX-60 il passo più ampio di tutta la gamma Mazda: 2,87 metri che regalano dimensioni generose (4,74 metri di lunghezza, 1,89 di larghezza e 1,68 di altezza) e tanto spazio sia per i passeggeri che per i bagagli (capacità minima di 570 litri e massima di 1.726), ma senza penalizzare la dinamica di guida, che si rivela più che mai appassionante. Il suv Mazda è disponibile in quattro allestimenti: Prime Line, l’accesso alla gamma ma con un’ottima dotazione; Exclusive Line, che aggiunge cerchi in lega da 20” e Head-Up display; Homura, dal design più ricercato con rifiniture in Nero Lucido e interni in pelle Black e, per concludere, Takumi, il top di gamma, caratterizzato da rivestimenti interni pregiati e da tutte le migliori dotazioni della casa giapponese.

Mazda CX-60: prezzo, dimensioni e caratteristiche 24

Linee innovative e tanta qualità a bordo

La Mazda CX-60 è il primo modello della nuova linea di grandi Suv inaugurata da Mazda, a cui farà seguito la CX-80 a 7 posti, e può contare sul design innovativo che la rende imponente e attraente. Nella parte anteriore spicca la grande mascherina posta al centro della calandra, differente a seconda dell’allestimento, con una cornice che si unisce ai sottili fari led a sviluppo orizzontale. La fiancata è caratterizzata dalle nervature che definiscono i volumi e dai passaruota scolpiti che donano al crossover un aspetto più muscoloso. Il posteriore vede i gruppi ottici orizzontali che si assottigliano verso il centro del portellone che ospita il logo della casa giapponese.

All’interno la differenza con le Mazda del passato si fa ancora più marcata, specialmente negli allestimenti più ricercati: rivestimenti in pelle nera o bianca, inserti cromati e in legno. Ricche anche le dotazioni tecnologiche, con due schermi da 12,3 pollici, uno per il cruscotto digitale e l’altro per il sistema infotainment; mentre i modelli più accessoriati hanno anche l’Head-Up Display. Sono presenti anche tutti gli ADAS e i sistemi di sicurezza più avanzati: sensori di parcheggio, Cruise Control, sistema di monitoraggio dei segnali stradali e dei pedoni, assistenza al mantenimento della corsia e tanti altri. Di serie sono compresi, inoltre, il selettore delle modalità di guida, situato accanto alla piccola leva del cambio, e il climatizzatore automatico bi-zona.

Mazda CX-60: prezzo, dimensioni e caratteristiche 18

Motorizzazioni e consumi

Alla CX-60 è stato assegnato il compito di dare il via alla nuova fase di elettrificazione del marchio giapponese: per questo il suv è disponibile solo con motorizzazioni elettrificate. La versione base è alimentata da un’unità diesel mild-hybrid con impianto a 48 volt, un 3,3 litri 6 cilindri a iniezione diretta proposto in due versioni: una con trazione posteriore da 200 CV e una 4×4 da 249 CV. Il top di gamma è la motorizzazione plug-in, che a un benzina 2,5 litri 4 cilindri da 192 CV abbina un propulsore elettrico che eroga un massimo di 136 CV. In totale, il nuovo e-SKYACTIVE PHEV raggiunge i 327 CV, con una coppia massima di 500 Nm, che permettono alla CX-60 di toccare la velocità massima di 200 km/h e di scattare da 0 a 100 km/h in 5,8 secondi. Di serie offre anche la trazione integrale AWD e il cambio automatico a 8 marce.

I motori diesel MHEV si dimostrano efficienti, tenute in considerazione le dimensioni del suv: il costruttore giapponese dichiara un consumo di 5 litri ogni 100 km per la versione da 200 CV e 5,2-5,3 litri ogni 100 km per quella da 249 CV a trazione integrale. Il grande risparmio è dato dal modello plug-in: la batteria agli ioni di litio da 17,8 kWh, che spinge il motore elettrico, consente alla CX-60 di consumare soltanto 1,5 litri ogni 100 km, calcolati su ciclo misto WLTP e, a piena carica, assicura fino a 60 km di autonomia in elettrico.

Mazda CX-60: prezzo, dimensioni e caratteristiche 11

Mazda CX-60 3,3 E-Skyactiv D 200 CV RWD 8AT Prime Line a 47.120 €

La casa giapponese propone offerte anche per quanto riguarda l’attuale ammiraglia per il mercato italiano. La Mazda CX-60 3,3 E-Skyactiv D 200 CV RWD 8AT, in allestimento Prime Line, ha un prezzo di listino di 53.120 euro che, grazie alla promozione del mese di ottobre, scende a 47.120 euro solo in caso di adesione al finanziamento Mazda Advantage e con permuta o rottamazione di una vecchia vettura, con uno sconto di 6.000 euro per l’automobilista.

Accettando il piano finanziario, bisogna versare un anticipo di 10.940 euro alla sottoscrizione del contratto, cui faranno seguito 36 rate mensili da 429,01 euro (TAN 7,49%, TAEG 8,53%) e una maxi-rata finale, che è anche valore futuro garantito, pari a 28.684,80 euro. In caso di restituzione dell’auto, c’è da pagare 0,10 euro per ogni chilometro percorso in più rispetto al limite massimo di 60.000 km (20.000 km all’anno). Va ricordato, inoltre, che tutti i modelli della gamma Mazda godono di una garanzia di 6 anni o 150.000 km.

Le fabbriche diventano 2.0 e aiutano a contenere le emissioni

Fabbrica Toyota: dove vengono costruite le auto del brand giapponese 1

L’obiettivo della neutralità carbonica, da centrare entro il 2050, sta portando a una completa rivisitazione di tutti i processi produttivi da parte dei costruttori automobilistici e anche dei fornitori dei componenti. Il modo di concepire le nuove vetture (materiali inclusi) e l’intera filiera sono nel bel mezzo di una vera e propria rivoluzione all’insegna delle zero emissioni e del minor impatto possibile sull’ambiente.

Per quanto riguarda i fornitori di componenti, Bosch, la multinazionale tedesca che è la principale produttrice mondiale di componenti per autovetture, ritiene che la digitalizzazione dei processi di produzione sia imprescindibile per contenere gli sprechi di energia e diventare “carbon neutral” nei prossimi anni. Il colosso con sede a Gerlingen è tra le aziende maggiormente impegnate nella ricerca dell’ottimizzazione dell’efficienza energetica nelle proprie fabbriche riservate alla produzione di pezzi per sistemi dedicati alle automobili di nuova generazione, quali guida autonoma, sicurezza, powertrain a zero emissioni e centraline di elaborazione dati.

Fabbrica Hyundai: dove nascono i modelli per l'Europa 1

Largo a software e nuovi processi produttivi

Come detto, per Bosch la digitalizzazione dei processi di produzione gioca un ruolo chiave nella corsa alla neutralità carbonica. La gestione dei macchinari industriali attraverso sistemi digitali e connessi consente un controllo più dettagliato dei vari processi operativi e permette di evitare sprechi, abbattendo il consumo annuale di circa il 5%.

Questi nuovi procedimenti si basano su due fattori imprescindibili: l’impiego del software di gestione dell’energia Energy Platform e lo sviluppo di un’industria 4.0 innovativa che Bosch ha già messo in pratica in 80 progetti con clienti esterni e in 120 stabilimenti situati in varie parti del mondo, riuscendo in questo modo a prevedere, monitorare e ottimizzare i consumi di calore, elettricità e aria compressa.

Fabbrica Audi: dove nascono i modelli dei Quattro Anelli 1

Elettrificazione al centro di tutto

Razionalizzazione e ottimizzazione dell’energia, da sole, non sono sufficienti secondo Bosch, che ha scelto di investire fortemente sull’elettrificazione anche nei processi industriali. Le previsioni degli esperti del colosso tedesco dicono che entro il 2030 circa un terzo dei macchinari presenti nelle fabbriche sarà ad azionamento elettrico, processo che creerà un volume di mercato aggiuntivo di 1,5 miliardi di euro.

L’elettrificazione di Bosch non si ferma qua: la multinazionale prosegue nelle collaborazioni con i costruttori automobilistici e nello sviluppo di tecnologie per l’industrializzazione della produzione di batterie che, sempre entro il 2030, dovrebbe essere in grado di conquistare un volume di mercato totale di 50 miliardi di euro in tutto il mondo.

Auto divenute icona: Mercedes Classe A

Mercedes Classe A 250e: debutto al Salone di Francoforte

La Classe A ha da poco spento le 25 candeline: un compleanno storico per una delle Mercedes più vendute e più rivoluzionarie. L’attuale generazione, la quarta, (al pari della precedente) ha mantenuto lo stesso nome, ma è una classicissima compatta a due volumi, o “hatchback”, dal design sportivo che fa concorrenza all’Audi A3 e alla BMW Serie 1.

Il mito e l’unicità della Mercedes Classe A nascono nel 1997, a seguito della precisa volontà del marchio tedesco di ampliare la propria gamma verso il basso e conquistare segmenti di mercato inediti. Teoria e pratica, per una volta, coincidono alla perfezione e il risultato è un modello dal successo clamoroso, che segna una svolta epocale per la casa di Stoccarda. La prima Classe A è un’auto unica nel proprio genere: piccola e a trazione anteriore, è lunga solo 3,61 metri (come una vettura di segmento A), ma spaziosa come una Volkswagen Golf, che appartiene al segmento C, e ha un design da monovolume, novità inaspettata per un marchio premium come quello tedesco. La piccola è avanti rispetto ai tempi anche per quanto riguarda la meccanica: già 26 anni fa in Mercedes pianificano una versione elettrica e disegnano anche il pianale.

Auto divenute icona: Mercedes Classe A 2

Tutto ruota attorno al pianale a sandwich

Il segreto della piccola tedesca sta nella struttura: il pianale a sandwich, con il motore inclinato in avanti, riduce al minino l’ingombro del propulsore davanti all’abitacolo, perché la meccanica occupa lo spazio sotto i piedi del guidatore e del passeggero del sedile anteriore. Questa soluzione si traduce in spazio a volontà, carrozzeria compatta e sicurezza al massimo. La struttura a sandwich è alla base delle “magie” della Classe A: il bagagliaio da 390 litri di capacità minima (10 in più rispetto a quello della Golf) che salgono a 1.340 abbattendo i sedili posteriori e lo spazio per i passeggeri, sia in altezza che per le gambe.

Non solo, il pianale a sandwich è fondamentale anche per la sicurezza, che nella piccola Mercedes non deve essere da meno rispetto ai modelli più lussuosi e costosi. In caso di impatto frontale, il motore e la trasmissione si sganciano e scivolano sotto il pavimento dell’auto, lasciando inalterata la cellula di sopravvivenza, mentre l’energia dell’impatto viene dissipata dalle strutture a deformazione programmata. Una grande soluzione, considerato che nasce nel 1997. Al debutto, la Classe A è disponibile in due motorizzazioni monoalbero a benzina, da 1.4 e 1.6 litri e da 82 e 102 CV; mentre le versioni diesel arrivano in seguito, al pari di altre a benzina più spinte.

Auto divenute icona: Mercedes Classe A 1

Il test dell’alce rischia di vanificare gli enormi sforzi

Mercedes decide di fare le cose in grande e la Classe A viene preceduta da una campagna pubblicitaria su scala mondiale avviata con oltre due anni di anticipo sull’effettiva uscita in produzione, ma le insidie sono dietro l’angolo: la piccola tedesca si ribalta durante il tradizionale “test dell’alce”, eseguito da un giornale svedese. Nei boschi scandinavi, c’è rischio di trovarsi il grosso animale in mezzo alla strada: in questo caso, per evitarlo, il guidatore deve operare un doppio, repentino cambio di direzione. Per questo motivo gli scandinavi sottopongono le auto di nuova commercializzazione a una simulazione della manovra, il cosiddetto “test dell’alce”. La Classe A, complice anche il baricentro alto, si ribalta a causa degli eccessivi trasferimenti di carico durante la prova.

Mercedes decide di richiamare tutte le vetture vendute (2.600) e interrompe la produzione, in attesa della soluzione del problema. E anche in questo caso la piccola monovolume si dimostra avanti coi tempi: viene modificato l’assetto e adottata una nuova misura di pneumatici, in modo che l’auto non si ribalti più. Non solo, i tecnici Mercedes capiscono che sfruttando l’evoluzione dell’elettronica possono trasformare quella che tanti chiamano “l’auto che si ribalta” nella “vettura che non sbanda”: montano l’ESP di serie su tutta la gamma, un dispositivo diventato obbligatorio per legge solo nel 2012.

Il restyling del 2001 e la versione Lunga

Il primo restyling della Classe A arriva nel 2001 e, oltre ai ritocchi a livello estetico, porta alcuni cambiamenti soprattutto ai motori diesel. La novità principale è l’introduzione della versione Lunga, caratterizzata dall’allungamento del passo di 17 cm, a vantaggio dell’abitabilità interna, specie quella dei passeggeri posteriori, e della capacità di carico, che passa a 1.930 litri con divano posteriore abbattuto e sedile anteriore eliminato. La gamma si arricchisce anche con una versione speciale dedicata al team di F1 McLaren a cui Mercedes fornisce i motori, per celebrare la vittoria del Campionato del Mondo Piloti con Mika Hakkinen nel 1998 e 1999.

Auto divenute icona: Mercedes Classe A

Nel 2004 arriva la seconda generazione

La seconda generazione è più lunga di 10 cm (3,88 metri) rispetto alla prima a passo lungo e più larga; mentre sparisce la versione allungata. Si perdono per strada anche alcuni tratti distintivi della prima generazione: il design ha meno personalità ed è più geometrico. La nuova Classe A è disponibile anche con la carrozzeria a tre porte, chiamata coupé, e presenta motori che spaziano dal 1.5 da 95 CV al 2.0 da 193, passando per il 1.7 da 116 CV e il 2.0 da 136 CV. Fra i propulsori diesel, c’è il 2.0 declinato in tre livelli di potenza: 82, 109 e 140 CV.

Dalla terza generazione in poi resta solo il nome

Le prime due generazioni della Classe A riscuotono un successo clamoroso specialmente in Italia, grazie al mix fra design particolare e praticità che la rende perfetta per la famiglia e la città; mentre all’estero non registrano gli stessi numeri. Per questo, nel 2012 Mercedes trasforma la Classe A in una classica berlina a due volumi dall’aspetto sportivo, che si colloca nella fascia del segmento C premium, in grado di fare concorrenza a BMW Serie 1 e Audi A3.

Per quanto riguarda la struttura, viene abbandonato il vecchio pianale a sandwich, sofisticato ma anche costoso da produrre, per far posto a un pianale più classico, legato alla Classe B e alla CLA lanciata successivamente nel 2013. Nel 2018 è l’ora dell’attuale quarta generazione che, a partire dall’anno successivo, vede anche l’arrivo dell’inedita berlina, la variante “con la coda”. Le vendite della nuova Classe A, che segna una rottura netta con il passato, premiano ancora una volta la scelta della casa di Stoccarda.

Range Rover Evoque: acquisto o finanziamento?

Range Rover Evoque: prezzo, dimensioni e caratteristiche 4

La Range Rover Evoque è fresca di restyling, che riguarda principalmente i fari, la plancia e alcune soluzioni negli interni, come i nuovi rivestimenti in pelle di serie su tutta la gamma. La novità più importante è l’infotainment con display curvo da 11,4”, dotato anche della possibilità di aggiornamenti OTA, che si aggiunge ai fari pixel led, disponibili per gli allestimenti superiori, al climatizzatore con purificatore dell’aria e a una suite di ADAS di livello 2. Il suv di lusso più compatto del listino Land Rover, giunto alla seconda generazione, mantiene intatta la gamma di motorizzazioni, ad eccezione del propulsore a benzina più potente che non è più disponibile. La nuova Evoque conferma le misure e il look sportivo della versione precedente: è lunga 4,37 metri, larga 1,99, alta 1,65 con un passo di 2,68 metri che consente una buona abitabilità e una capacità di carico minima di 472 litri e massima di oltre 1.100 litri.

Sono quattro gli allestimenti previsti per il suv: S, l’accesso alla gamma, ma con un’ottima dotazione di serie; Dynamic SE, caratterizzato dai cerchi da 19”, l’impianto audio premium Meridian Sound System e ADAS avanzati come il Blind Spot Assist; Dynamic HSE, che offre fari pixel led, tetto panoramico fisso e rivestimenti degli interni in pelle e, infine, Autobiography, il top di gamma con tutte le dotazioni Range Rover.

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Sportività, tecnologia e lusso vanno a braccetto

La nuova generazione della Evoque, a livello estetico, continua a ricordare altri modelli della casa britannica: nella parte frontale, la calandra si fonde con i gruppi ottici led di serie e, sul paraurti, spiccano le prese d’aria a sviluppo verticale. La fiancata si distingue per le maniglie delle portiere a scomparsa, presenti anche nella prima generazione; mentre il tetto spiovente verso la parte posteriore dona al suv un aspetto da coupè. Infine, la parte di dietro della vettura ospita il doppio scarico trapezoidale e i gruppi ottici uniti da una fascia che comprende il nome del marchio.

Come detto, il restyling ha portato numerosi cambiamenti nell’abitacolo, a partire dallo schermo curvo da 11,4” per l’infotainment Pivi Pro, ereditato dalla Velar, che si unisce a un altro monitor dedicato alla strumentazione digitale. La nuova Evoque, dotata dell’assistente virtuale Alexa, è in grado di ricevere aggiornamenti OTA e ospita una serie di ADAS di ultima generazione, come il Cruise Control adattivo con limitatore di velocità e riconoscimento dei segnali stradali.

Motorizzazioni e consumi

Per quanto riguarda i propulsori diesel, troviamo il 2.0 da 163 CV, affiancato dal 2.0 Ingenium 4 cilindri MHEV con potenze da 163 CV e da 204 CV, che inquinano meno rispetto alle versioni precedenti. La gamma vede anche due motori benzina MHEV, un 1.5 litri 3 cilindri turbo da 160 CV e l’Ingenium 2.0 turbo da 249 CV di potenza; non è più disponibile, invece, il propulsore da 300 CV. È presente anche una versione plug-in spinta da un motore 1.5 e un modulo elettrico per una potenza totale di 309 CV e un’autonomia in elettrico di 62 km.

Tenendo conto del peso e della potenza della Evoque, i consumi non sono esagerati. Il motore diesel da 163 CV richiede 6,0 l/100 km; mentre le versioni MHEV da 163 e 204 CV impiegano sui 6,4 l/100 km. Meno economici i motori a benzina: quello da 160 CV promette di consumare 7,9 l/100 km; dato che sale a 8,8 l/100 km per la versione da 204 CV. Numeri completamente differenti per la motorizzazione plug-in hybrid, che dichiara un consumo combinato su ciclo WLTP di 1,4 l/100 km, con la possibilità di percorrere fino a 62 km in modalità solo elettrica con una ricarica.

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Range Rover Evoque 2.0D I4 163CV AWD Auto S a 55.800 €

Le offerte di Land Rover per i prossimi mesi comprendono anche i finanziamenti. Il marchio inglese propone Leasing+, una formula riservata sia alle persone giuridiche che ai privati, con o senza partita IVA.

La nuova Range Rover Evoque 2.0D I4 163CV AWD Auto S ha un prezzo di listino di 55.800 euro e, senza incentivi statali e senza obbligo di permuta o rottamazione, con Leasing+ può essere acquistata versando un anticipo di 14.883,52 euro, a cui seguono 47 rate mensili da 450 euro l’una (TAN 4,95%, TAEG 6,74%); mentre la maxi-rata finale, da pagare solo nel caso si voglia riscattare la vettura, ammonta a 26.942,45 euro.